L’osteria di Zio Bruno, la più
antica di Civita Custodia, era un concentrato di saggezza e tradizioni popolari
che da tempo immemorabile preparava i giovani natii baldanzosi alla vita.
Una scuola serale dove i vecchi del paese si sostituivano ai libri di scuola con
racconti e proverbi, usando, al posto di lavagne e gessi, bicchieri colmi di
vino.
Ne potevi uscire a volte filosofo, altre poeta e molto spesso barcollante.
Quella notte di gennaio c’eravamo riscaldati attorno agli aneddoti di ‘Mastro
Grappa’, così chiamato per la sua straordinaria abilità nella distillazione e
nel consumo dell’omonimo prodotto.
Aveva catturato l’attenzione dei “piscia latte”, così ci chiamavano
affettuosamente i vecchi, con due bottiglie di grappa ed un promettente invito a
rallegrare la banda:
“Vi racconto le storie di corna della mia gioventù .- E sospirando aggiunse -
Compresa quella che fece fesso il sottoscritto”.
La nostra fragorosa risata fu accompagnata da un collettivo brindisi al narratore.
Quello che avrebbe inventato già lo sapevamo tutti ma lo si ascoltava volentieri
perché le repliche che ogni Sabato sera concedeva, non erano mai uguali. Un tono
più alto al momento giusto, qualche ricamo enfatico nelle scene più piccanti,
che a volte mimava, e l’attenzione era assicurata.
Un modo come un altro per uscire dalla solitudine del suo matrimonio fallito.
Meglio: mai cominciato.
Era infatti questa la conclusione puntuale della sua performance settimanale.
L’unico vero tradimento di cui parlava era stato quello di sua moglie Caterina,
fuggita una settimana dopo l’altare con un architetto inglese. Tale John dal
cognome impronunciabile, venuto a studiare l’urbanistica di Civita. E siccome il
ricco e prestante signore aveva bisogno di documentarsi… Quale posto migliore
della biblioteca del paese dove il caso volle lavorasse la futura sposa? A
questo punto della serata, come di consuetudine, Mastro Grappa già masticava le
parole e contagiava il suo pubblico con prolungati sbadigli, le bottiglie erano
vuote e da dietro il bancone arrivava il tintinnio delle chiavi che Zio Bruno
agitava prima della chiusura dell’osteria.
Come al solito eravamo gli ultimi. Sollevammo di peso dalla sedia Mastro Grappa
e dopo aver salutato Zio Bruno ci avviammo all’uscita sostenendoci a vicenda.
Aprii tutte e due le porte per permettere a Mauro e Giampiero, che sorreggevano
Mastro Grappa, di passare agevolmente.
La temperatura si era abbassata ed il contrasto tra il tepore interno e la
fredda pioggerella che insisteva mi fece rabbrividire.
“Giovanni ! Giovanni vieni qua!”.
Mi sentii chiamare dall’interno.
Ritornai al bancone.
“Ditemi Zio Bruno”.
“Hai dimenticato le chiavi di casa.”.
“Oh, grazie Zio Bruno, se non ci foste voi. Sapete, la serata è stata un po’
allegra…”.“L’allegria è il canto della gioventù!” Sentenziò malinconicamente.
Tutte le sere che andavamo a trovarlo con gli amici, prima di andar via rimanevo
a fargli compagnia mentre chiudeva l’osteria.
Quella notte però ero molto stanco e tagliando una possibile conversazione che
avrebbe tolto una buona mezz’ora al mio sonno, sorridendo aggiunsi:
“Ogni vostra frase è un insegnamento. Buonanotte Zio Bruno!”.
Presi le chiavi, accennai un saluto alzando la mano e voltando le spalle
rispettosamente mi diressi verso l’uscita.
“Figliolo!”.
“Ditemi!” Risposi prontamente girandomi.
“Ti sei mai chiesto perché porti il tuo cognome?” Mi domandò con voce decisa.
“Che intendete dire?” Chiesi perplesso riavvicinandomi al bancone.
Finì di pulire il bicchiere che aveva in mano e sicuro di trovare il mio
sguardo, fissandomi continuò, “Beh, ogni cognome ha la propria storia e a volte
ciò che si scopre è sbalorditivo.”
“Mah , nel mio ‘De Messaggeri’, stando a quanto mi raccontava mio padre non c’è
nulla di strano. Alcuni nostri antenati avevano il compito di recapitare lettere
per i nobili proprietari terrieri delle vicinanze e del nostro paese”.
“Forse non è proprio così semplice…Ma…Scusami figliolo, non so neanche perché
t’ho fatto questa
domanda. Buonanotte.” Terminò bruscamente, riponendo il bicchiere nello scaffale
dietro di lui.
Lasciai da parte la stanchezza .
“Qualcosa non va Zio Bruno?”.
“Come? No… No figliolo, non prendere pena ”.
S’affrettò a rispondere con un forzato sorriso, “è che ultimamente faccio sogni
strani…”.
“Che sogni?”.
“Tuo padre. O meglio, una luce che sono sicuro sia lui, continua a ripetermi
ansiosamente di aver cura di te e che quest’anno sarà quello della verità…Ma
perdonami forse ti sto preoccupando con delle sciocchezze.”
Per liberarlo dall’angoscia , pur capendo che non mi aveva detto tutto, dopo un
meditato silenzio trovai queste parole:
“E’ normale Zio Bruno, eravate come un fratello per mio padre. Inoltre, dalla
sua morte, non avete mai smesso di curarvi di me e di mia madre.
Quest’anno poi sposerò Elena e la mia vita cambierà. Sarà un anno
fondamentale!”.
“Certo, certo…E’ così scusa figliolo. Ora vai riposare ci vediamo domani
a messa e vedi di svegliarti capito!?”.
“Va bene. Ci conti!”.
Risposi fingendomi divertito “Buonanotte”.
Uscii dall’osteria. Gli amici erano andati via. Aveva smesso di piovere e
stranamente l’aria si era fatta più tiepida.
Tornai lentamente a casa. Il persistente sapore che la grappa mi aveva lasciato
guidava i passi.
Fischiettavo la canzone che mi legava ad Elena da quattro anni.
Ogni volta che ero turbato quella nenia ed il pensiero di lei mi calmavano.
Arrivai così, senza accorgermene, al vialetto alberato in salita al termine del
quale avrei potuto sentire Spino abbaiare.
Mi riconosceva non appena arrivavo in cima alla collina ma quella notte non
aveva aspettato tanto.
Ai suoi latrati insistenti e nervosi si aggiungevano quelli dei cani vicini.
Sembrava avessero percepito qualcosa.
Davanti al cancello scorsi mia madre in giardino che indossava il cappotto del
babbo. Era intenta a calmare Spino.
“Cosa succede mamma?”.
Le chiesi preoccupato.
“Non lo so Giovanni. Sono dieci minuti ormai che fa così. Pensavo fossi tu
all’inizio ma non sentendoti rientrare sono scesa…”
“Entra in casa, dai, che prendi freddo! Ci penso io ora.”
Spino, taglia media e pelo rossiccio, aveva sette anni. Capitò in casa ,
cucciolo, il giorno dopo la morte di mio padre. Pensai subito che non era un
caso e mia madre, nonostante non amasse gli animali, stranamente lo accolse
volentieri e si affezionò.
Lo coccolai per un paio di minuti. Si calmò e lo portai nella cuccia vicino alle
cataste di legna.
Mi inginocchiai per dargli l’ultima carezza e poi lo guardai negli occhi …
Ebbi però la sensazione che fosse lui a guardare me.
Riprese a piovere e la musica della pioggia calmò anche i cani dei vicini.
Entrai in casa e trovai mia madre ad aspettarmi al tavolo con due tazze di latte
caldo.
“Dove sei stato fino a quest’ora?” Mi domandò con apprensione.
“Dove vado ogni sabato sera per vedere gli amici e da dove ritorno ogni volta a
quest’ora - risposi indispettito - Mamma ho quasi vent’anni!”.
La morte improvvisa di mio padre, un ictus devastante, così l’avevano definito
in ospedale, che lo uccise dopo tre giorni d’agonia, l’aveva sconvolta e resa
troppo protettiva nei miei confronti.
Questo aveva spesso inasprito il nostro rapporto. Dall’inizio dell’anno,
inoltre, la situazione sembrava stranamente peggiorata .
Sorseggiai un poco di latte .
Rendendomi conto di essere stato fin troppo duro interruppi lo scoppiettare del
fuoco del camino.
“Scusami, sono un po’ nervoso.”
“E’ successo qualcosa con Elena? Non ti sei divertito stasera?”.
“No, no… Sono strani discorsi che mi ha fatto Zio Bruno.”
Mi afferrò con forza il braccio e con gli occhi sbarrati balbettando mi domandò
:
“Zio Bruno? Cosa ti ha detto Zio Bruno?”
“Niente, niente! Mi ha semplicemente raccontato di strani sogni” le dissi per
non inquietarla ulteriormente. Feci cadere vagamente la conversazione, finimmo
il latte e andammo a dormire.
Utilizzai l’ultima energia della giornata per sollevare il braccio e spegnere la
lampada sul comodino.
Nonostante gli strani comportamenti di Zio Bruno e di mia madre mi avessero
agitato, mi assopii riempendomi il cuore con la bellezza degli occhi e del
sorriso di Elena.
“Buonanotte amore mio" sussurrai nel desiderio di averla accanto.
Un boato prolungato ed
assordante mi svegliò di soprassalto.
Ogni cosa tremava. Mi alzai velocemente dal letto e rimasi quanto basta in
equilibrio per raggiungere la non lontana maniglia della porta.
“Giovanni, Giovanni, il terremoto!” Urlò mia madre.
Arrivai faticosamente alla sua stanza. La trovai impietrita seduta sul letto.
La sostenni fin sotto il telaio della porta dove rimanemmo per tutta la durata
della scossa.
Era atterrita.
Tremava e non smise di farlo finché non si sedette sul muretto di recinzione del
giardino.
Tentai di rassicurarla.
“E’ passata, è passata mamma…” Le ripetei più volte strofinandole velocemente
sulle spalle un maglione che ero riuscito a prendere mentre uscivamo di casa.
Quel ripetitivo movimento delle mani esorcizzò definitivamente anche la paura
che a stento ero riuscito a dominare.
Spino anche, intuendo la situazione, si accucciò vicino a lei.
Albeggiava.
Anche i vicini erano in strada. Vagavano a gruppetti famigliari .
“Elena! Devo trovare Elena!” fu il primo pensiero che mi detonò in testa
nell’osservarli.
“Vai da Elena. Corri!” Disse mia madre, intuendo immediatamente la mia
inquietudine, come solo chi ti ha cresciuto può fare.
La casa miracolosamente non aveva subito seri danni. Lunghe crepe agli intonaci
esterni ed interni ma la struttura portante era integra.
Potevo quindi stare tranquillo.
Condussi mia madre dai vicini. Si sarebbero occupati di lei fino al mio ritorno.
L’angosciante preoccupazione di saperla in pericolo spingeva sui pedali,
controllava con sicurezza i sussulti del manubrio, schivava gli ostacoli
dell’accidentato terreno.
La vecchia bici di mio padre…Il mezzo più veloce per arrivare in paese. Ma non
il più sicuro!
All’ultima curva riuscii ad evitare una quercia che per dimensioni non avrei
potuto abbracciare.
In compenso rovinai su una famiglia di rocce tutt’altro che disposte
comodamente.
Niente di seriamente rotto. Io. La bici non era più degna d’esser chiamata tale.
Tamponai con un fazzoletto di carta le ferite dei palmi delle mani che avevo
usato come freno nell’atterraggio, e della fronte che era servita da paraurti
contro la roccia madre.
Cinque minuti dopo ero comunque sul corso di Civita Custodia. O meglio, di quel
che ne rimaneva…
Il sole a stento penetrava le nuvole.
Pesante, il cielo colava sul paesaggio completando l’opera di disperazione che
il terremoto aveva animato.
Il paese, un formicaio impazzito in preda ad un attacco nemico, era stato
brutalmente violentato.
Il campanile di San Michele, simbolo maestoso della nostra cittadina aveva perso
i suoi mille anni di storia.
Spesso da bambino vi salivo per asciugarmi le lacrime o per scampanare la mia
felicità.
“Quante volte ho lasciato Don Pietro senza fiato su quella scala a
chiocciola…”pensai rifugiandomi nella mia infanzia .
Rifiutando inconsciamente il disastro che mi circondava, mi ero risucchiato in
un imbuto ovattato che aveva attutito le urla della gente e filtrato le luci
ondeggianti delle sirene.
Mi accorsi che stavo camminando solo quando una decisa strattonata mi risvegliò
sul ciglio di una gigantesca voragine che aveva troncato il corso principale.
“Ragazzo cerca di riprenderti e fatti medicare la fronte…” furono le parole del
pompiere che mi sottrasse al burrone.
Lo ringraziai mentre si faceva largo tra la folla.
In
principio
Con lo sguardo seguii un raggio
di sole che le nuvole avevano liberato.
Dovetti inginocchiarmi ed avvicinare le mani sul bordo friabile della voragine
per capire cosa volesse illuminare.
La luce si era morbidamente adagiata su una strana protuberanza rocciosa che
spezzava l’architettura infernale del baratro.
Ancorata in fondo, sulla parete più scura, l’escrescenza restituiva riflessi
azzurri e scintillanti giochi dorati.
Strinsi le spalle in avanti ed allungai quanto più possibile il collo…Riuscivo a
vederla tutta. Ancora meglio. Percepivo il calore e le strane ritmiche
vibrazioni che emanava.
Un rigagnolo di sangue, nel frattempo, partendo dalla mia fronte si tuffò nel
vuoto usando il naso come rampa di lancio.
Le gocce rosse furono facilmente distinguibili lungo tutto il tratto in caduta
libera, grazie al contrasto visivo turchese oro che le attendeva sul fondo.
E l’impatto fu ancora più evidente.
Le vibrazioni cessarono immediatamente per alimentare un innaturale silenzio.
Un alone purpureo cresceva concentricamente dal punto di contatto del sangue con
il masso annullando gradualmente tutti i riflessi azzurro-oro e
contemporaneamente, a raggiera, si formarono delle grosse crepe.
Le vibrazioni ricominciarono più freneticamente scandendo ritmiche pulsazioni
cardiache di quella che non era più una fredda roccia ma una fluida sfera rossa
con venature incandescenti.
E proprio quando sembrava dovesse esplodere per la forte pressione interna,
avvenne l’opposto.
Una più potente implosione ritrasse tutta la massa su se stessa.
Lo fece rapidamente, seguendo un disegno ordinato.
In pochi secondi, fui spettatore di quanto più incredibile si possa immaginare.
La materia si trasformò in un uomo molto più alto della media statura, con
capelli corvini lucentissimi che terminavano all’altezza delle spalle. Distesa
accanto aveva una donna.
Forte il braccio di lui cingeva la femminile vita legandola in una stretta
sicura alla bronzea armatura da cavaliere che indossava.
Il possente abbraccio si chiudeva delicatamente incontrando le nobili mani della
donna.
Splendida fanciulla, poco più che ventenne, indossava una verginea veste bianca
che le si adagiava sofficemente sul corpo seguendone le candide forme.
Poggiava stancamente la testa tra la spalla destra ed il collo del fiero
guerriero .
Ed i suoi lunghi capelli di grano, seguendo l’inclinazione del capo, carezzavano
i bellissimi lineamenti del profilo per poi riposare a ventaglio sul corazzato
petto dell’uomo.
Questi aprì improvvisamente i suoi profondi occhi sui miei. Ritirò il braccio
sinistro verso le spalle e facendo perno con il palmo della mano sulla terra, si
alzò maestosamente sulle gambe sollevando teneramente la ragazza.
Fu in quel momento che le notai... Nascoste prima dalle due figure supine ora
erano fin troppo visibili dietro la schiena dell’essere: Ali!
Due enormi ali bianche distintamente piumate!
Un suo nuovo penetrante sguardo seguito da un inumano urlo strappò l’anima mia
dallo stato di meraviglia per naufragarla nel terrore.
L’essere, con una veloce flessione delle gambe ed una possente spinta delle ali,
sparì con la donna verso il cielo in un bagliore accecante.
Cercai intorno a me un minimo cenno di conferma su quanto era accaduto ma in una
frazione di secondo mi accorsi della mia solitudine.
Niente. Nessun maledetto appiglio a cui aggrapparsi traspariva dai quei volti
indifferenti.
Continuavano ad esser solo banalmente incuriositi dalla voragine.
Ma non ebbi neanche il tempo di capire se stavo diventando pazzo.
Prima un accecante lampo che illuminò a giorno il paese coperto dalle nuvole,
poi un potentissimo tuono mi indietreggiarono velocemente dalla voragine fino a
farmi cadere.
Sdraiato in terra lo vidi picchiare verso di me puntandomi un enorme spada. Era
lui!
Le ali…Bianchissime, erano ritratte per aiutare la vorticosa discesa; gli occhi,
profondissimi, li distinsi bene insieme ad un dolore lacerante al petto quando
il gladio me lo trafisse…
Il terrore mi aveva paralizzato. Urlavo disperatamente. Ma dovevo gridare
silenzio poiché nessuno sembrava accorgersi della mia presenza. Poi il buio…
E di nuovo la luce, della mia camera però.
Continuavo ad urlare da far cadere una slavina. Le braccia tese dietro la
schiena con le mani sul cuscino sollevavano il busto mentre le gambe distese
premevano con i piedi alla base in ferro del letto.
“Un incubo. Solo un tremendo incubo…” pensai mentre una piacevole sensazione di
freschezza mi accarezzava la fronte. Era mia madre, con un panno bagnato.
L’odore di aceto mi ritornò bambino quando, nel letto con la febbre alta, lei mi
faceva le ‘pezzette’. Erano dei panni intrisi di acqua e aceto che facevano
abbassare la febbre e mantenere i sensi con l’odore acre.
“Ti hanno trovato svenuto sul ciglio della voragine. Hai preso una brutta botta
in testa.”
Accolsi le sue parole come ulteriore rassicurante prova: potevo ascoltarle
quindi ero vivo. Ero vivo!
Un lungo sospiro di sollievo mi svuotò il corpo da ogni tensione e privo di
forze affondai la testa sul cuscino.
“Vado a prenderti il cambio, sei sudatissimo…”
“Grazie Mamma.”
Allungai il braccio e presi l’asciugamano posto sulla sedia.
Mi sbottonai la maglia del pigiama per poter asciugare il sudore dal busto.
Tamponai prima il collo, poi le spalle.
Poi vidi…Sul petto, proprio sopra la zona del cuore, una grossa cicatrice nera a
forma di croce.
Ed un’altra volta quel dolore pazzesco, trafiggente. E di nuovo il buio…
Aprii gli occhi sul soffitto. La
stanza era immersa in una quiete surreale.
Soffice, la rosea luce del giorno morente, tranquillizzava ogni arredo.
Galleggiavo in uno stagno di riflessi come in un tramonto di Monet.
Tutto era piacevolmente calmo…
Ma non durò molto. Cominciavo infatti a ricordare, quando si schiuse la porta.
“Pensavo avessi intenzione di dormire anche tutta un’altra notte” disse entrando
Stefano col suo solito sorriso contagiante.
Un fratello, più che un amico, Stefano era un metro ed ottanta di spirito
guerriero abbinato perfettamente ad una straripante simpatia.
La sua innata generosità mi era stata di notevole conforto dopo la morte di mio
padre e nonostante abitassimo a due montagne di distanza, circa un’ora di curve,
discese e salite con la bicicletta, lui c’era sempre stato. Per un semplice
sorriso o per alzare il gomito, per una lunga chiacchierata che spesso si
trasformava in un mio noiosissimo soliloquio di depressioni o per una notte di
pesca.
Sapendo di ricevere una risposta sincera gli domandai: “Cosa è successo
Stefano.”
“Tu cosa ricordi?”
“Il terremoto, mia madre, la voragine in paese. Il paese…Mio Dio Stefano dimmi
che non è vero! E Elena, Elena? Dov’è, come sta Elena”
“Calmati. Una cosa per volta. C’è stato un forte terremoto, sesto o settimo
grado della scala Mercalli. Gli edifici vecchi del paese non hanno retto…”
“Elena! Maledizione dimmi come sta Elena!” insistetti alzando la voce e
sobbalzando dal letto.
"Ti ho detto di calmarti. Anche lei ha ricevuto una forte botta alla testa ed
ora è in osservazione all’ospedale di Civita. E’ una delle strutture che hanno
retto di più.
Sta comunque molto meglio di te che hai dormito più del giorno dopo la sbornia
in cantina da Mastro Grappa”
Stava bene. Elena stava bene e tutto il resto non aveva importanza.
“A Mastro Grappa è crollata la cantina…Piange da un giorno!” Disse Stefano
sorridendo.
Mi rituffai nel letto sollevato.
Ed il solo immaginare la faccia di Mastro Grappa mi provocò una ridarella
nervosa che sradicò tutta l’ansia accumulata.
“Ci stiamo riprendendo finalmente! - Disse contenta mia madre entrando - Ti ho
preparato pasta e funghi ed una bella bistecca. Dopo più di trenta ore di sonno
avrai una fame da lupo.. Mangi qui Stefano ?”
“No signora, la ringrazio, torno a casa. Dobbiamo riparare i danni subiti per il
terremoto; sa, prima si aggiusta e meglio è! Ciao Giovanni, ci vediamo domani o
dopodomani .Rimettiti”
“Ciao Stefano, grazie della visita.”
Mia madre condusse Stefano alla porta. Ebbi giusto il tempo di poggiare i piedi
sul pavimento per saggiarne la freddezza e di decidere se alzarmi.
Nonostante le ore dormite mi sentivo debolissimo. Avevo realmente bisogno di
mangiare e la cena descritta mi aveva stuzzicato l’appetito.
Ciò mi diede l’entusiasmo per tornare in posizione verticale.
Pochi passi ed incontrai mia madre sul corridoio…
“Fettuccine ai funghi e bistecca?” le chiese conferma la mia acquolina in bocca.
Lei annuì con un sorriso ed io spalancai la porta sulla cucina cercando con il
naso e gli occhi i piatti sulla tavola.
C’erano: abbondantemente riempiti e profumati a tal punto da annodare lo stomaco
con la gola.
Mi sedetti. Immersi la forchetta nelle gialle fumanti fettuccine e la arrotolai
su se stessa cercando di non trascurare gli oleosi funghi che capitavano
intorno.
Ripetei quel gesto più volte, con rispetto reverenziale, quasi stessi
partecipano ad una importante cerimonia…
Tempo due bicchieri di vino e potevo vedere il fondo bianco di entrambi i
piatti.
“Ottima cena Mamma !”- dissi dopo aver sospirato il mio gradimento.
“Era la fame figlio mio…Piuttosto: come ti senti?”- mi chiese mentre strofinava
energicamente le pentole nel lavello.
“Beh adesso molto meglio ma nelle precedenti ore non ho fatto altro che avere
strani incubi… Pensa, ho visto un Angelo volare in cielo e tornare giù in
picchiata per trafiggermi con la sua spada. Senza parlare poi della cicatrice
che mi aveva lasciato sul petto…”
Alle mie ultime parole la vidi girarsi lentamente e con gli occhi spalancati e
lucidi balbettò “Mio Dio, sta accadendo veramente. Sta accadendo…”
“Cosa sta accadendo Mamma? Che succede?”
“Niente figlio mio, niente…” -rispose strozzando un pianto mentre lasciava la
cucina.
“Come sarebbe a dire niente? Prima i discorsi strani di Zio Bruno, poi il
terremoto, incubi che si vedono solo nei films e infine queste tue mezze frasi.
Insomma c’è qualcosa che mi nascondete?” riuscii a chiederle in faccia prima che
si rifugiasse in bagno…
Mi fissò e con la voce bagnata dalle lacrime sommessamente ribadì “oh figlio ,
purtroppo lo dovrai scoprire da solo”
“Che cosa devo scoprire da solo! Che cosaaa!!!” le urlai istericamente
afferrandole il braccio.
Ma non ebbi risposta perché proprio a quel contatto, un dolore atroce,
schiantandomi le spalle mi inginocchiò davanti a lei.
Una fortissima luce bianca mi annebbiò improvvisamente la vista ed un sibilo
acutissimo mi privò dei suoni circostanti.
I due sensi ritornavano ad intermittenza e sempre preceduti da quella luce e dal
sibilo, per portarmi a velocissimi trascorsi di vita di mia madre. Credo da quel
che ho letto, che la medesima sensazione si provi in punto di morte…Si
ripercorre tutta la vita in un vertiginoso cortometraggio, passando per gli
eventi più importanti. Io lo stavo facendo con la vita di mia madre…Io?
La vidi bambina correre piangente verso sua madre: mia nonna poco più che
ventenne. Aveva il labbro superiore sanguinante. Un taglio profondo, che si era
provocata cadendo dalle scale, le arrivava quasi sotto il nasino.
Nonna, dopo averla calmata, cominciò a lavarle la ferita. Poi prese dello
zucchero e lo sparse accuratamente sopra la lesione.
Il rimedio avrebbe fermato il sangue aiutando la coagulazione e la
cicatrizzazione. Quella cicatrice era ancora visibile sul labbro di mia madre ma
sarebbe stata ben più vistosa se all’epoca l’avesse cucita il più bravo dei
dottori.
Poi la nebbia, quindi la luce, il sibilo e di nuovo lei.
Si voltava con uno splendido sorriso verso mio padre. Era bellissima e,
carezzata dalla felicità come non l’avevo mai vista, si apprestava ad uscire
dalla chiesa…
Raggiante nel suo abito bianco scese i gradini andando incontro al matrimonio.
Questa visione si chiuse nel tepore di quella solare giornata di aprile tra le
nuvole di riso lanciate dai parenti e gli applausi festosi di tutti.
Nebbia, luce e sibilo...
Un vagito di neonato.
Mi teneva in braccio sdraiata sul letto dell’ospedale.
Baciò delicatamente la mia fronte e poi fissò le lacrime di gioia di mio padre
stringendogli la mano.
Nebbia, luce e sibilo.
Rientrava in casa. Io la tenevo sotto braccio. Tornavamo dall’ospedale dove
avevamo lasciato mio padre. Morto.
Il cielo triste sembrava chiudersi dietro i nostri passi.
Aprì la porta di casa ed entrò lentamente. Lui, suo marito, non c’era e non
sarebbe più entrato da quella porta . Percepii il profondo senso di vuoto che
l’assalì in quel momento ed in un istante la vidi invecchiata dal dolore e
spenta dalla solitudine dei futuri anni.
Ed avrei avuto voglia di tranquillizzarla mentre nel letto non riusciva a
dormire aspettandomi rincasare la notte.
Ed avrei voluto asciugarle le lacrime silenziose che nascondeva al bagno nei
momenti di peggior sconforto.
Un laccio al cuore mi strinse l’anima fin quasi a soffocarla. Poi,
fortunatamente, la nebbia. Solo una fittissima nebbia.
In
principio
“Cosa è successo Mamma?” Le
chiesi con un filo di voce.
“Sei svenuto di nuovo, dopo cena. Non ricordi proprio nulla?”
“Un forte dolore dietro le spalle e poi…”
“E poi?”
“E poi ti voglio bene Mamma…”
Le dissi trovando la forza per sollevare il braccio e carezzarle delicatamente
il volto .
Ricordavo tutto ma non era il caso di raccontarglielo. L’avrei solo turbata
inutilmente. Anche se quello strano accaduto in fondo mi aveva tranquillizzato.
Non sapevo cosa stesse avvenendo ma qualsiasi cosa fosse aveva permesso di
avvicinarmi a mia madre come mai ero riuscito a fare dopo la morte di mio padre.
Ognuno vive il dolore a modo suo. Ed io lo avevo fatto solo mio, nascondendomi
dietro un muro che più volte mia madre avrebbe voluto abbattere per capire cosa
provavo, per lenire anche solo una piccola ferita o condividere una lacrima.
Lo stupido orgoglio e la presunzione di potersi caricare di responsabilità ben
oltre le proprie forze mi avevano reso spesso duro ed insensibile.
Fino a quel momento non mi ero accorto che la mia anima si era cristallizzata il
giorno del funerale di mio padre.
Ora quell’assordante sibilo l’aveva mandata in frantumi e quella fortissima luce
mi aveva aperto gli occhi sul passato sparso in mille pezzi. Ed io ne avevo
raccolti solo alcuni dei più importanti.
“Anch’io te ne voglio figlio e non sai quanto…” - e con gli occhi lucidi
proseguì - “Ho qualcosa di importante da dirti ma non ora. E’ venuto il dottore
prima ed ha detto che hai bisogno di riposo assoluto. Ti ha visitato mentre
deliravi dalla febbre che ti è risalita ed ha detto che, molto probabilmente, il
colpo alla testa unito alle forti emozioni delle ultime ore, ti hanno
debilitato. Domani mattina ne parleremo con calma...”
Aveva ragione. Avrei voluto sapere subito di cosa doveva parlarmi ma
un’inspiegabile stanchezza mi permise solo di annuire e chiudere gli occhi.
La pioggia battente che insisteva sui vetri ed il confortevole calore della
stanza, mi abbandonarono velocemente al sonno più profondo.
Un brivido di freddo mi svegliò a notte fonda.
Ritrassi la coperta fino al mento. Era umida.
Una ventata carica di pulviscolo mi diede immediatamente la spiegazione: la
finestra era stranamente spalancata. Nella stanza permaneva un intenso odore di
fiori.
Chiusi le ante. Mi diressi sbadigliando verso il bagno. Uno dopo l’altro più
pensieri mi seguirono fino alla porta dove avrei soddisfatto l’impellente
bisogno “Odore di fiori? D’inverno… Come starà Elena? Domani devo assolutamente
andare all’ospedale. Magari con un bel mazzo di rose… Povero amore mio, speriamo
possa uscire presto. Sì, le porterò delle rose. Passo prima al banco dei fiori.
I fiori…Strano quell’odore”
In bagno. Una rapida occhiata allo specchio, il tempo di constatare la brutta
cera che avevo e…
Un impercettibile velocissimo gonfiamento e sgonfiamento della pelle tra il
collo e la spalla destra mi fece sobbalzare.
Guardai meglio. Nulla. Sbadigliai alla mia immagine riflessa come per
convincerla della stanchezza di entrambi.
Non la convinsi. Anzi.
Mi rispose nuovamente con uno, due e più movimenti sottocutanei nello stesso
punto di prima e poi ancora sulla spalla sinistra ed il collo e poi ancora
contemporaneamente su tutte e due le spalle finché tutta la pelle era un
ribollire pauroso. Doloroso anche. Mi sciacquai ripetutamente la faccia per
recuperare i sensi che stavo per perdere. Sfilai delicatamente la maglia e mi
rannicchiai sul pavimento poggiando la schiena al muro. La pelle, al contatto
con la parete fredda sembrava trarre sollievo.
Passò il dolore. Ma gli occhi lacrimavano paura e rabbia.
"Buongiorno dormiglione!"
"Zio Bruno! Che piacere vedervi."
"Come stai ragazzo mio?"
Dio solo sa come avrei voluto rispondergli: "bene!"
A stento, invece, trattenni il pianto che già mi aveva accompagnato durante la
notte. Ed il nodo che istantaneamente mi strozzò la gola liberò a fatica: "Ho
paura..."
"Paura? E di cosa hai paura figliolo?" Mi domandò fingendosi tranquillo.
"Questo dovete spiegarmelo voi." dissi rivolgendomi anche a mia madre che nel
frattempo era entrata.
"E' passato Stefano poco fa’. Veniva dal paese ed ha portato notizie
dall'ospedale...- si sedette sul letto e ostentando un tono rassicurante
continuò - Elena non sta bene."
Precipitai in un abisso gelido per risalire in un esplosione d'ira che mi
sollevò dal letto: "Che significa, che significa? - urlai - cos'ha Elena? Voglio
la verità subito. Sono stufo di mezze parole, stufo! Ditemi immediatamente cosa
è successo ad Elena! Ditemelo!"
Mia madre portò le mani al viso e con voce spenta rispose: "L'hanno portata
nella camera intensiva...E' entrata in coma."
Raccattai velocemente scarpe e vestiti nella stanza, corsi in bagno e mi
cambiai.
"Vado in osped.. Vado in..." Improvvisamente mi mancò il respiro e mentre
tentavo di parlare mi sentii pugnalare ripetutamente alla schiena.
Sbarrai gli occhi che ormai vedevano solo una fortissima luce bianca ed
ansimando provai a dirigermi verso il letto.
Stavano per cedermi le gambe quando sentii afferrarmi con forza da Zio Bruno.
"Figliolo, figliolo...Riprenditi!"
A quelle parole, che ascoltai come venissero trasportate da una lontana eco,
svenni di nuovo.
Il giorno intero passò in uno stato di dormiveglia dove, a brevi sprazzi di
lucidità, utilizzati per ingoiare qualche cucchiaio di minestra, si alternarono
spaventosi deliri.
Poi il vento gelido di gennaio annunciò il calare della notte.
E con la notte arrivò la pioggia.
E con la pioggia buie inquietudini e profonde solitudini assalirono il mio
cuore.
Immersa totalmente nelle acque dell’inconscio, l’anima mia emerse a respirare e
dall’alto, nell’indifferenza, si rese spettatrice dell’involucro che la
conteneva.
Tutto il mio corpo, disteso sul letto, respirava il profumo di fiori che già
avevo sentito la scorsa notte.
Lo strano odore, trasportato da un alone fluorescente che serpeggiava nella
stanza, indicò al corpo di seguirlo.
Questi, si alzò, si denudò, scese dalle scale, aprì la porta ed uscì
nell’oscurità carica di pioggia.
In stato ipnotico e nella più completa insensibilità fisica, camminò scalzo
nelle già colme pozzanghere, con addosso nulla per difendersi dal freddo e dalle
frustate d’acqua gelida che il vento gli infliggeva. Imperterrito continuò per
più di un’ora a seguire l’alone fluorescente finché questo non si dileguò in
cima ad una ripida salita.
Anche lui arrivò fin lassù dove dovette fermarsi.
L’anima, che fino a quel momento aveva mantenuto un assoluto distacco, si
rimpadronì del corpo.
Solo allora capii dove ero. Lo Scoglio del Salto, il punto più alto dove con gli
amici si andavano a fare i tuffi.
Nudo, ad un passo dall’immenso mare che lottava furiosamente contro il cielo in
tempesta.
Possenti flutti s’innalzavano a combattere il turbinio dei venti ed il fragore
della battaglia si perdeva nel rimbombo dei tuoni. I fulmini, artigli di fuoco
bianco, graffiavano le iraconde acque illuminando tetramente la forza della
natura.
Tutti gli elementi sembravano ribellarsi a quello che stava per accadere.
Perché quello che mi stava accadendo non aveva niente di naturale…
La schiena cominciò a bruciare.. Sentii la pelle ribollire violentemente e
dovetti allargare le braccia per la pressione che non so quale maledizione
esercitava sotto le mie spalle.
Caddi sulle ginocchia, strinsi tra le mani il fango raccolto in terra ed urlai
il mio pianto al mondo “Basta! Bastaaaa! Lasciami in pace! Lasciatemi in paceeee!”
Per un battito di ciglia fu silenzio, poi tutto riprese vita ed ebbi risposta.
Una eco di luci e voci sconosciute venne dal punto dove il mare ed il cielo si
confondevano:
“VOLABIS LIBER IN CAELO
EXTOLLES TE MIRUM IN MODUM
SUPRA MATERIAM.
EXPLEBIS VACUA SPATIA
SPIRITU TUO;
SPARGES IN AERE TUAM ANIMAM
ET DESERES VENTI FLATUI EAM.
PERFUNDES GAUDIO ET FELICITATE
COLORES DILUCULI ET OCCASUS
ET AMORE SOLEM MAGNUM
UT CALEFACIAS TERRAM TOTAM”*
* “Volerai libero nel cielo,
ti innalzerai come per magia
al di sopra della materia.
Colmerai gli spazi vuoti
col tuo spirito;
spanderai nell’aria la tua anima
e l’abbandonerai al soffio del vento.
Riempirai di felicità e gioia
i colori dell’alba e del tramonto
e d’amore il grande sole
per riscaldar la terra tutta.”
Quelle parole, che giunsero come il canto di una mamma al bambino nella culla,
mi alleviarono momentaneamente ogni dolore mentre le lacrime versate scivolarono
via con la pioggia.
L’esplosione improvvisa di un tuono, annunciata da un lampo accecante interruppe
quel breve idillio.
Una rapida e decisa lama arroventata mi squarciò dalla base della nuca fin sotto
le spalle ed ancor giù per tutta la schiena.
Sbarrai gli occhi e spalancai la bocca in un fiotto di sangue.
Stavo per cadere nel vuoto quando una forza immane si impadronì del mio corpo
ormai dilaniato e mentre le gambe mi risollevarono avvertii il peso aumentare e
distribuirsi dietro la schiena. Un lento fruscio.
Istintivamente guardai dietro di me, sulla destra e poi sulla sinistra.
Bianche e profumate piume si incastravano sofficemente l’una all’altra per
formare due gigantesche ali…
Capii che mi appartenevano quando con un delicato battito mi spinsero nel vuoto
al di là dello scoglio.
Il mare si calmò, il cielo ritrasse i suoi venti e le sue nubi.
Il ritrovato chiarore della luna copriva con un argenteo manto di pace tutto ciò
sopra il quale io stavo volando.
Io stavo volando. Io, stavo volando…
Spesso da bambino lo avevo fatto nei sogni, sopra il mio paese, planando,
sfruttando le correnti ascensionali, giocando a salire ed a scendere in
picchiata. Le sensazioni di leggerezza, di libertà e di freschezza che mi
accarezzavano erano la stesse.
Ma questo non era un sogno! Io stavo volando davvero e dai decisi cambi di
direzione capii che non era un volo casuale e che quelle silenziose ali mi
stavano guidando in un posto ben preciso.
Sorvolarono il porticciolo, superarono la scogliera che delimitava il golfo ed
iniziarono una lenta discesa verso uno scoglio a forma di croce, in mare aperto,
che non avevo mai visto. Eppure quella era la nostra zona di pesca preferita.
“Sarà emerso durante il terremoto” pensai mentre le ali mi ci posavano.
Dal centro della grande croce un riflesso metallico catturò la mia attenzione.
Era una spada, di antica fattezza, simile a quelle usate dai cavalieri
medioevali. La raccolsi. Pesantissima superava da terra, in altezza, il mio
bacino ed al centro dell’impugnatura, decorata con fini ornamenti dorati, in
rilievo, compariva una scritta che, da quello che avevo studiato, era
sicuramente latino:
“TEMPORA NOVORUM ANGELORUM”*
* “L’Era dei Nuovi Angeli”
Alla pronuncia di quelle parole una brezza si levò dal centro della croce
rocciosa per turbinare intorno a me partendo a larghi raggi dai piedi fino a
cingermi la testa.
Rividi la forte luce ed ascoltai l’assordante sibilo che mi avevano trascinato
nel passato di mia madre.
Questa volta però, mi ritrovai nel bel mezzo di un campo di battaglia, tra
armature, asce e fendenti di lame taglienti. Calpestavo erba inzuppata di sangue
tra corpi mutilati di uomini che supplicavano aiuto e cavalli squartati sotto le
pance che scalpitavano nitrendo dolore.
Una crociata.
Lo capii dalle casacche bianche con una croce rossa che indossavano alcuni
guerrieri. Gli altri, saraceni, avevano spade arcuate, sfavillanti abbigliamenti
da guerra e colore della pelle scuro.
L’odore ed il colore del sangue erano maledettamente uguali per tutti ma nessuno
sembrava accorgersene.
Il sibilo e la luce.
Una piramide immersa nel verde lussureggiante di una foresta. Un elmo. Due mani
insanguinate sollevavano una collana d’oro. Risate isteriche e grida si
perdevano nel caos di incendi e macerie fumanti. Conquistadores a cavallo
inseguivano e calpestavano divertendosi, inermi donne e bambini. Uno dei tanti
massacri che hanno cancellato le civiltà del sud America in nome del metallo
giallo.
Sibilo, luce.
Ancora cavalli. Questa volta a fuggire erano indiani del Nord America…Vedevo
tutto attraverso gli occhi di un bambino terrorizzato, nascosto dietro una
tenda.
E sua madre correva, scappava da tre uomini, tre schifosissime bestie, che la
raggiunsero, le strapparono via le vesti e la costrinsero, nuda, a terra…Gli
occhi di lei ed una mano protesa verso il figlioletto, innocente spettatore
dell’aberrante scena. Mio Dio…
Il sibilo, la luce.
“Un altro viaggio nel dolore?
No, ti prego, ti scongiuro” implorai non so chi singhiozzando lacrime mentre la
mia angoscia divenne quella di un soldato con un fazzoletto al naso. Un puzzo
nauseabondo di morte appesantiva la nebbia che lo circondava.
Nella sua mente riuscivo a sentire i fischi delle granate ed i boati
dell’artiglieria pesante tedesca. Volti impauriti di giovani commilitoni a cui
aveva tentato disperatamente di raccogliere un arto o le viscere, i suoi
ricordi…
Un cancello in ferro con sopra scritto:
‘ARBEIT MACHT FREI‘.
Tedesco! Lo riconosco e stranamente riesco a tradurlo:
‘IL LAVORO RENDE LIBERI’.
I suoi ricordi…
Niente al confronto di quell’accatastamento putrido di corpi. Ossa coperte di
pelle a veder bene.
AUSCHWICTZ! Sono dentro AUSCHWICTZ!
Si chinò il soldato, ed in un conato di vomito cercò di rigettare, semmai fosse
esistito anche dentro di lui, il più piccolo germe che avesse potuto causare
cotanta ignominia.
Ed io con lui.
Il sibilo si fece più forte e la luce arrivò da un puntino luminoso che poi si
espanse immensamente fino a formare un grande sole, i cui raggi concentrici
schiacciarono e bruciarono tutto ciò che incontravano sulla terra. Un boato
spaventoso scosse l’intero aereo. “Cosa ho fatto, cosa mi hanno fatto fare?”
Gridò il pilota. Il reporter fotografava. E la sua macchina fotografica lo
aiutava a filtrare quell’orrore; la usava per difendersi gli occhi, per imporre
al suo inconscio un muro di menzogne utili a dimenticare il più velocemente
possibile. Le immagini che Hiroscima avrebbe dato alla storia sarebbero state
merito suo.
Immagini morte e di morte, su profumati libri di scuola, ma lui, rivedendole,
avrebbe sempre ricordato quell’odore acre, quella polvere nera alzata dal vento
nel silenzio di quel maledetto giorno.
Il sibilo, una luce calda. Aria pulita, palme, sabbia finissima ed un mare
cristallino che dava voce al paesaggio con il suo lento ondeggiare sulla
spiaggia. “Finalmente…Un po’ di pace”- pensai godendo del momento ma subito, a
velocità folle, mi sollevai in aria fino a distinguere che mi trovavo su un
atollo in mare aperto.
Improvvisamente , a poca distanza da quel paradiso, il mare cambiò colore
illuminandosi di bianco e l’isola svanì nel nulla. Poveri indigeni pescatori
sfollavano in un sudicio porto su imbarcazioni Francesi, trascinandosi dietro
pochi stracci e sacchi dai quali penzolavano reti ed arnesi rudimentali. Avevano
comprato con due soldi la loro vita e quella del loro mare per un esperimento
nucleare, fondamentale per il progresso umano. Il progresso!
Mi risvegliai piangendo a dirotto tra convulsioni che fibrillavano ogni mio
muscolo. La spada, in terra, aveva perso il suo splendore per assumere una
patina grigio antracite.
Furono le ali e le fredde folate di vento a liberarmi da quello shock .
Diressero verso il paese e mentre il sole cominciava a vestire il mondo, mi depositarono dietro il campanile di S. Michele, vicino ad un
antro nascosto, creato dal crollo della torre.
Al nuovo contatto con la terra mi ero completamente ripreso e l’istinto mi
suggerì che dovevo entrare se volevo capire a fondo quello che stava succedendo.
Lo feci.
Dovetti abbassare la testa e infilarmi di profilo per accedere tra le macerie.
Ero dentro. Con stupore mi resi conto che le ali erano sparite. Segno
inequivocabile della bontà della mia decisione. Con la loro infatti, non sarei potuto passare neanche per l’entrata principale
della chiesa. Non v’era dubbio: dovevo proseguire.
Ad ogni stentato passo nel buio, piccoli sassi mi franavano addosso e la polvere
ostruiva le vie respiratorie già in difficoltà per la mancanza d’aria.
Poi scivolai lungo un cunicolo naturale fino a sfondare con i piedi una botola di legno.
Ero precipitato in
una grotta illuminata fiocamente da una torcia.
Dopo averla ravvivata con qualche straccio lì trovato ed essermi coperto alla
meglio con una veste sudicia scovata in un baule, compresi che mi trovavo in
un’antichissima biblioteca. Centinaia di libri accatastati su pianali di legno
nascondevano le pareti. Alcuni, di recente fattezza indicavano che il luogo era
stato frequentato anche ultimamente, altri, come il manoscritto che trovai su un
vecchio scrittoio, trasudavano secoli.
“Un segreto tramandato da parroco in parroco e Don Pietro, probabilmente,
dovrebbe esserne l’ultimo conoscitore.” Pensai.
Accesi una lampada ad olio lasciata sopra lo scrittoio, forse proprio da
Don Pietro. Aprii l’antico libro alla prima pagina ed un fremito mi accelerò i
battiti del cuore.
Anno Mille d. c. la data riportata in testa.
Vi era scritto in latino:
“Tempora Novorum Angelorum”.
La stessa frase incisa sulla spada!
Continuai a sfogliare. Nella seconda pagina trovai il disegno di una torre con
posto sopra l’Arcangelo Michele che calpestava il demonio infilzandolo con una
lunga lancia.
Alla base della torre era riconoscibile l’attuale chiesa di
S .Michele distrutta dal terremoto.
Sul retro ogni pagina aveva la traduzione dal latino all’italiano arcaico. Le ultime
pagine erano state tradotte proprio da Don Pietro. Ne riconobbi
l’estetica ed obliqua calligrafia. Lessi.
“Nell' anno mille un devastante terremoto distrusse Civitas Custodiarum.
Il tragico evento fu preludio di strani accadimenti del quale io, vecchio ben
oltre il mezzo della vita, fui testimone e conoscitore attento.
Assolvo quindi, al compito ascrittomi, del narrar fatti che mai umane menti
avrebbero immaginato.
Due giorni passarono dal tremar della terra, quando alcuni pescatori videro
volar sul nostro mare un Angelo.
Molti fanciulli, dall' animo puro e innocente, lo videro aggirarsi per le
strade.
I pazzi del paese, incontrandolo, recuperarono il senno, gli storpi guarirono ed i ciechi acquistarono la vista.
Ma le gesta che del messager de messaggeri più dovran esser tramandate son le
terribili lotte che ingaggiò col demonio.” - De Messaggeri…Il mio cognome!
Ecco cosa intendeva Zio Bruno…- ricordai spaventato.
Continuai a leggere.
“Pugne che il più impavido cor non avrebbe affrontato senza timor alcuno e che
l'Angelo coraggioso vinse al fine, con abile e possente spada, per ritornar il
perfido
principe del mal nelle viscere della terra, donde dopo mille anni sortì e
donde dopo ugual tempo sortirà.
Ma solo con l'amore e con estremo atto di pietà...”
Stavo per passare alla successiva pagina quando la lampada cominciò ad oscillare
lievemente, poi sempre più forte fino a cadere.
La terra aveva ricominciato a tremare e lì dentro stava per franare tutto.
Abbandonai il manoscritto per cercare una via d’uscita.
E la trovai. La scossa buttò giù uno scaffale che copriva una porta chiusa da un
catenaccio. Riuscii ad aprirla. Dava su un tunnel che percorsi correndo mentre
ero inseguito dalla nuvola di polvere sollevata dal crollo della biblioteca.
Il terremoto era cessato; molto probabilmente, un leggero assestamento
sufficiente però a fare macerie del già pericolante edificio sotterraneo.
Il tunnel terminava in salita con una botola che sfondai facilmente.
La sacrestia. Anzi il rudere che ne rimaneva perché il sole che infastidì i miei
occhi, non era ostacolato da nessun soffitto.
Tagliai per i campi dietro la chiesa per dirigermi a casa quando mi sentii
chiamare: “Giovannino, Giovanni!”
Era Salvatore il muratore, un vecchio amico di mio padre. Assiduo frequentatore
dell’osteria di Zio Bruno e maestro a tirar su case, aveva costruito anche la
nostra. Quella mattina era intento ad impastare calce. Non servì a nulla fingere
di non sentirlo. Mi diressi verso di lui.
“Che ti è successo Giovannino? Cosa sono quegli stracci che hai addosso? ”
Trovai una giustificazione: “Sono entrato nei resti della chiesa per sapere se
poteva servire qualcosa a Don Pietro e mentre lo cercavo la scossa di poco fa ha
fatto franare il pavimento. Io sono franato con lui e i vestiti si sono ridotti
a brandelli.”
“La scossa? Quale scossa?”
“Quella che c’è stata poco fa! Perché non l’avete sentita?”
“No!”
“Ma ne siete proprio sicuro? Eppure la chiesa non è che a trecento metri!”
“Ragazzo sono vecchio ma non rimbambito!”
Eppure c’era stata. Forse in profondità io l’avevo avvertita maggiormente.
Tentai di convincermi di questo nonostante una strana sensazione mi suggerisse
che qualcosa aveva voluto impedirmi di leggere il manoscritto a costo di
seppellirmi vivo.
“Heilà ! Stai bene? Siamo su questo mondo? Vieni dentro va’, un buon caffè ed un
paio di scarpe dovrebbero rimetterti in sesto!”
Assorto nel pensiero del pericolo che avevo scampato decisi di accettare.
In casa il piacevole tepore trasportava meglio l’odore del caffè che doveva
esser stato preparato da poco.
Mi sedetti su una comoda poltrona ed attesi che lui ritornasse dalla cucina.
Si annunciò con il tintinnare dei cucchiaini nelle tazzine sul traballante
vassoio.
“State riparando la casa Salvatore? - gli chiesi tentando di portarlo sulla
chiacchiera per evitare che mi facesse altre domande…
“Si, sto preparando la calce per rinvigorire qualche muro danneggiato.
Fortunatamente questi quattro mattoni hanno retto bene! Ma cambiamo discorso.
Bevi intanto che è caldo. Dicevo, non sai niente di Don Pietro?”
“No! Perché cosa è successo?”
“E’ morto sotto il terremoto, ieri abbiamo fatto i funerali insieme ad altre
vittime!”
Un vuoto allo stomaco mi assalì per il dispiacere ed anche, non lo nascondo,
perché era l’unica persona che avrebbe potuto aiutarmi a capire. Ora il quadro
che mi stava incorniciando cominciava a farsi complesso…
“Mi dispiace! - dissi sottovoce incredulo - Non ne ho saputo nulla. Dio sa
quanto avrei voluto partecipare ai funerali! Ma questi giorni sono stato male,
molto male.”
“E continuerai a stare male se vai in giro così! Mettiti queste scarpe,
dovrebbero starti bene!”
Un po’ più grandi ma comode le calzai e dopo averlo ringraziato con la promessa
di restituirgliele presto mi avvicinai all’uscio quasi fuggendo.
“Devo proprio andare, mi scusi Salvatore, grazie di tutto è stato molto gentile.
Mi saluti sua moglie.”
“Figurati ragazzo per così poco, salutami tua madre ed Elena”
Chiusi la porta alle spalle quando stava pronunciando ‘Elena’.
Il sangue mi si raggelò. Il volo, le rivelazioni e le forti emozioni di quella
notte mi avevano fatto dimenticare di lei.
Corsi. Corsi disperatamente verso l’ospedale: “sto arrivando amore mio, non
temere sto arrivando!”
Non provavo affaticamento e capivo che la forza che mi spingeva non veniva solo
dalla disperazione.
I muscoli tonici rispondevano con un’elasticità a me sconosciuta e la velocità
della corsa non era mai stata il mio forte. Tuttavia ero un fulmine!
“Secondo piano, camera intensiva, ma non si può entrare Giovanni. ” Mi rispose
Mario abbassando gli occhi come volesse prepararmi alla gravità della
situazione.
Mario, l’infermiere onnipresente a distrarmi con filastrocche e giochi durante
il ricovero di mio padre.
Lo ringraziai per l’indicazione e mangiai le scale.
“E’ qui ma non si può entrare, è in coma. Con il suo ingresso, potrebbe
peggiorare la situazione.” Mi sentii ripetere in più modi prima di farmi
convincere dalle due infermiere di turno. Rimasi fuori.
La potevo vedere attraverso una vetrata, inerme sul letto, attaccata ad una
flebo. Sembrava riposare ma una strana espressione di sofferenza corrucciava il
suo splendido volto.
Poggiai i palmi delle mani su quella fredda trasparente barriera che ci divideva
e proprio in quel momento li sentii bruciare come se li avessi messi su una
piastra arroventata.
Non riuscivo a staccare le mani e la temperatura cresceva sempre più. L’urlo di
dolore e paura si perse in un lampo di luce rossa…
Mi ritrovai dentro un bosco in fiamme che sembrava non aver fine, come la mia
affannosa corsa tra lingue di fuoco ed ardenti braci che delimitavano il
sentiero. Quella esigue striscia di terra coperta di ceneri era forse l’unica
via di salvezza dall’incubo.
Ascoltavo il mio respiro gonfiare e sgonfiare i polmoni mentre il cuore,
impazzito, mi batteva in gola.
Fuggivo da un’obbrobriosa bestia che dietro di me ringhiava e fiatava odio
assassino tra corna rosse e contorte, in un disegno di morte.
Era sempre più veloce. Vicina. Ed in un mondo che era solo suo cacciava
l’intruso.
Mi avrebbe sicuramente catturato e, prima di sottopormi ad immani torture, mi
avrebbe fissato con quegli occhi affusolati, tutt’uno con l’iride infuocata.
Solo quello sguardo avrebbe potuto fermare un rinoceronte in carica. Non mi ero
mai voltato a guardare ma quella terrificante immagine era nitida nella mia
mente.
Continuai a fuggire fin quasi a vomitare il cuore quando mi apparve il volto di
Elena rigato da lacrime. Mi protese una mano. L’afferrai ed un lampo di luce,
questa volta bianca, mi riportò alla realtà. Il vetro freddo sotto i palmi
sudati diede sollievo al corpo ma le lacrime di Elena mi demolirono l’anima.
Ogni pensiero era per lei.
Non potevo vederla, toccarla né sentire la sua voce.
Per di più era prigioniera, ne ero sicuro. Ma di chi? E perché poi? Cosa
c’entravamo noi due con tutta questa storia?
Soltanto quattro giorni fa eravamo stati a cena insieme. Potevo ancora vedere la
sua mano scorrere sul bordo del tavolino fino a raggiungere e coprire
teneramente la mia.
Il suo sguardo, straripante d’amore, due occhi verdi come il mare. Un mare nel
quale spesso mi lasciavo affogare per poi riemergere a respirare dalla sua
bocca.
Potevo fare una mappa delle sue lentiggini, quelle invernali e quelle che si
aggiungevano d’estate, tante le volte che mi ero perso sulla sua pelle perlata,
la sua candida carnagione liscia ed i suoi morbidi lineamenti. Il nasino, alla
francese, dava spazio ad un dolce sorriso ma il taglio degli occhi e quei lunghi
capelli biondi, profumati, portati come si lasciavano portare, trasparivano
un’anima ribelle.
Gambe lunghe e snelle dalla camminata decisa ma poco femminile, fianchi tondi ed
una vita stretta che slanciava un busto sensuale.
I seni, di giusta misura e fattezza, li evidenziava sempre con abiti leggeri che
dolcemente ne coprivano la rotondità.
Le mani, sempre ben curate, completavano il portamento da nobildonna altezzosa
all’apparenza ma gentile ed umile se la si conosceva bene.
L’eccesso e la moderazione al contempo.
Un insieme di antitesi che si fondevano armoniosamente su tutto il suo corpo.
Disarmante, a volte, per la sua ingenuità, eccitante e sconvolgente
nell’intimità dei nostri momenti.
E mentre nuotavo nel mare dei suoi occhi, uscendo dall’ospedale urtai un uomo
con un bambino in braccio.
Il bambino, che si era procurato un taglio ad una manina, piangeva e si dimenava
impaurito.
“Mi scusi, ero distratto” - dissi all’uomo percependo contemporaneamente un
intenso calore uscire da ogni poro della pelle - “ e scusami anche tu piccino” -
proseguii carezzando la mano insanguinata al bambino con un gesto non mio e
comandato.
Il bambino smise di piangere e accennando un sorriso si calmò guardandomi.
Poi disse “ signore, tu sei un Angelo?”
“Un…Un Angelo. Perché ?” Balbettai deviando lo sguardo prima sull’uomo e poi
girandomi.
“Si, si tu sei un Angelo, guarda che belle ali che ha papà, guarda, guarda
papà!”
“Quale ali? Ma che stai dicendo!”- “Lo perdoni deve aver anche sbattuto la testa
questo monello!” rispose il padre.
Mi voltai di nuovo. La mano del bambino aveva smesso di sanguinare, di più, era
come se la ferita non fosse mai esistita!
Anche il padre se ne accorse…
L’uomo mi fissò sbigottito.
Lo lasciai lì, impalato, e fuggendo da una spiegazione che dovevo dare ancora a
me stesso diressi velocemente verso casa.
“I fanciulli d’animo puro ed innocente… Così diceva il manoscritto…Il padre non
ha visto le ali! Il bambino sembrava volesse addirittura toccarle.” Pensai
mentre salivo per il viale alberato.
E Spino, come al solito, cominciò ad abbaiare.
Mi accolse fuori dal cancello scodinzolante, poi sospettoso mi girò intorno due
o tre volte , si accucciò ad un metro di distanza ed iniziò a fissarmi.
“Cosa c’è? Ah, ho capito… E tu chi vedi Spino? Giovanni o l’Angelo? - gli chiesi
a bassa voce inginocchiandomi - Sai, qualcuno, non ricordo chi, diceva che voi
cani siete per metà bambini e per metà angeli. Molte volte ti ho guardato ed ho
avuto la stessa impressione. La sensazione che tu capissi tutto . Con la tua
presenza silenziosa e consolatoria quando mi chiudevo in camera sapendo che papà
non avrebbe bussato per venirmi ad aiutare, la tua metà Angelo. Con le tue
feste, i salti, i palloni bucati ,e quanti me ne hai bucati, la tua metà
bambino, spesso compagna dei miei giochi.
Chi hai tu là dentro? Dimmi chi è il tuo Angelo? Mio padre forse?
Se è così, aiutami amico mio, digli che ho bisogno di lui, digli che non mi sono
mai sentito tanto solo!”
Spino si alzò lentamente, senza distogliere i suoi occhi dai miei, emise un
lamento e mi leccò le mani.
“Non sei solo ragazzo, non preoccuparti. Ci sono sempre stato e ci sarò sempre!”
Era la voce di mio padre! Mi voltai per capire da dove venisse. Nessuno.
Anzi, Zio Bruno, vicino al cancello, che con espressione compassionevole mi
esortò ad entrare in casa. Aveva sentito sicuramente il dialogo tra me e Spino
ma non la voce di mio padre. O chissà. Del resto cosa importava. Non sarebbe
cambiato nulla ed io, ormai, stavo prendendo coscienza della mia trasformazione.
Sottobraccio, come si usava fare passeggiando per il corso di Civita Custodia,
ci avviammo dentro casa, lentamente senza dire inutili parole e guardando i
nostri passi.
“Vai su in camera tua, datti una ripulita e quando sei comodo vieni in camera da
pranzo. Tua madre ha preparato…E poi dobbiamo parlarti.”
Zio Bruno.
Una vita di sacrifici. Orfano della guerra d’Africa come mio padre, era
cresciuto lavorando. Uno di quegli uomini a cui la stima spetta di diritto, non
per riverenza, quanto per il bene che aveva fatto.
Molti, compreso me e mia madre, avevano beneficiato della sua onnipresente e
discreta disponibilità. Aiutava in silenzio ed incondizionatamente chi fosse in
difficoltà.
Di famiglia ricca aveva speso il suo patrimonio nell’alleviamento delle
sofferenze altrui, lasciando per sé una piccola casa al centro del paese e
l’osteria con la quale ora tirava avanti. Ed anche lì beveva pure chi non aveva
i soldi per farlo. Anni passati a dare senza mai chiedere.
E quella sera, fedele al suo stile, pur notando il mio aspetto trasandato, non
domandò nulla.
La tavola era imbandita semplicemente.
Una tovaglia bianca, una bottiglia di vino rosso ed una d’acqua, piatti e
posate, bicchieri e tovaglioli. Tutto il necessario per cui, una volta seduti
per pranzare, non c’era più bisogno di rialzarsi. Zio Bruno, accomodato al lato
del tavolo sotto la finestra, mia madre intenta a scolare la pasta ed il sole di
quella tiepida giornata invernale a scaldare la cucina.
La immobile tranquillità della casa…
Un riflesso sul tavolo tagliò quella rilassante atmosfera e mi preparò
all’ascolto di un discorso che da tempo, lo si intuiva facilmente, era stato
preparato. Era un effigie argentata, decorata sul dorso di un cofanetto in
mogano, che riportava uno stemma: una croce nascosta da due ali che si
chiudevano formando un cuore.
Mangiammo. Con quella ingombrante presenza che ignorai durante tutto il pranzo
preferendo il bisogno fisico alla conoscenza. Sia mia madre, che stranamente non
mi domandò neanche dove fossi stato tutta la notte, sia Zio Bruno, fecero
altrettanto, nascondendosi dietro apprezzamenti alla bontà delle pietanze ed
argomentando, per passare quella mezza ora, sul cambiamento del tempo per poi
passare alla triste conta dei danni e delle vittime causati dal terremoto.
Terminato l’ultimo bicchiere di vino, Zio Bruno allungò la mano ed avvicinò
delicatamente a sé il cofanetto.
“Ci siamo!” - pensai.
Lo aprì con rispetto. Dentro vi era un feltro color porpora, piegato.
Lo svolse passando contemporaneamente la custodia di legno a mia madre. Il panno
rosso, completamente spiegato, cadeva ora dai lati del cofanetto sulla tovaglia
bianca ed il contrasto dei due colori, concentrava ancora di più la mia
attenzione su un monile dorato posto all’interno.
Montato su una collana vi era un medaglione circolare del diametro di mezzo
palmo circa, con in rilievo la figura di un Angelo a sei ali: due davanti, che
incrociandosi coprivano il corpo lasciando visibili testa e piedi. Quattro
dietro: due rivolte verso il basso e due verso l’alto.
“Sembrava tutto così assurdo quando me lo disse…- interruppe il silenzio mia
madre con voce carica di tensione - Ma ora, ora capisco che tuo padre aveva
ragione.”
“Cosa centra papà con questa storia?”
“Te lo avrebbe dovuto spiegare lui.”
“Spiegare cosa?”- le chiesi con tono calmo e rasserenante versandogli
dell’acqua.
Ne bevve un sorso e continuò:
“Si dice che a volte la morte sospiri nell’orecchio di chi sta per prendere,
prima di portarlo con sé. Dei segnali, delle sensazioni angosciose che chi deve
morire percepisce nettamente. Una carità fatta a chi deve portare a termine
qualcosa di importante: un saluto, un riavvicinamento ad una persona cara o più
semplicemente la realizzazione di un desiderio. Credo che ciò sia avvenuto anche
per tuo padre.
La domenica prima che morisse, eravamo andati a trovare tua nonna al cimitero.
Tuo padre, generalmente, entrava, diceva una preghiera in silenzio, salutava e
poi usciva per una sigaretta. - I morti non sono dove noi li abbiamo sepolti,
sono tra di noi sempre e comunque. Vengo qua solo per rispetto e per tradizione.
- Ripeteva ogni volta.
Quel pomeriggio si comportò diversamente.
Spazzò nervosamente il pavimento della cappella di famiglia, sistemò
meticolosamente tutti i fiori e poi si chiuse in preghiera per una mezza ora.
Pur notando l’inusuale comportamento, non lo disturbai.
Quand’ebbe finito di pregare carezzò lentamente tutte le lapidi dei famigliari
più cari ed uscì senza dire una parola. Lo lasciai assorto nei pensieri fin
quando, tornati a casa, gli domandai cosa stesse succedendo.
Mi portò in soffitta, aprì il vecchio armadio dove ci sono ancora le cose del
nonno, si chinò e da un doppiofondo nascosto tirò fuori questo cofanetto
dicendo: - Quello che c’è qua dentro è tramandato di generazione in generazione
ai primogeniti della famiglia De’ Messaggeri. Una leggenda, antica di secoli, ci
designa come discendenti dell’Angelo del bene. Nostro sarà il compito di lottare
contro l’Angelo del male e la battaglia si ripete di mille anni in mille anni.-
Poi scandendo bene le parole, imparate sicuramente a memoria, ripeté due volte
una litania insegnatagli forse dal nonno che doveva averla imparata a sua volta.
Le mani di
chi, dalle ali
vecchie di mille anni sarà vestito,
prima della vittoria porlo dovranno al collo,
dell’Angelo che ha tradito.
Ero spaventata. Non lo avevo mai visto così. Lui, un tipo così razionale…Per
farmi coraggio ed in qualche modo riportarlo alla realtà ironizzai chiedendogli
dove avesse sbattuto la testa.
Sorrise, forse intuendo il mio sgomento, e proseguì - Giovanni è l’ultimo
primogenito dei De’ Messaggeri. Il tempo, oramai, dovrebbe esser giunto. Se io
non ci dovessi essere sarai tu a consegnare il cofanetto a nostro figlio. Quando
verrà il momento capirai quello che oggi può sembrarti assurdo.- Poi, pregandomi
di non fargli domande, lo ripose nel doppiofondo.
Due giorni dopo, lo accompagnai in ospedale dentro un’autoambulanza per non
rivederlo più.
Raccontai questo che ora ti sto dicendo, solo a Zio Bruno.
Volevo distruggere il cofanetto che secondo me, non so come, era la causa della
sua morte ma fu proprio lui a convincermi di rispettare le ultime volontà di tuo
padre…
Ecco, credo che sia arrivato il tempo di rispettarle fino in fondo.” Terminò con
il volto rigato dalle lacrime porgendomi il cofanetto.
“All’inizio non capivo, non volevo capire. E tuttora ho la sensazione che tutta
questa storia sia irreale. Ma io sono qui, tu sei qui e Zio Bruno anche è qui.
Elena invece…Elena non so dove sia. Io devo trovarla, devo assolutamente
trovarla!” dissi guardando il piccolo scrigno.
“Ma come, non è in ospedale?”
“Si…Ma non è così semplice Zio Bruno, non è così semplice spiegarlo…So...Sento,
solamente che per riaverla dovrò combattere, non so come né contro di chi ma
dovrò combattere! E morirò per lei se necessario!”
“Morire, combattere? Ma che stai dicendo? Una leggenda, una stupida
stramaledetta leggenda e qui stiamo diventando tutti pazzi. Qui non morirà né
combatterà nessuno. Assurdo. Assurdo!” Gridò mia madre, alzandosi da tavola. Ma
le si leggeva chiaro in faccia che alla leggenda anche lei ci credeva.
E voleva negarlo, voleva disperatamente negarlo a sé stessa ed al mondo intero.
Non le risposi; sarebbe stato inutile e poi non avrei saputo trovare una sola
parola per acquietarla.
Così presi il monile, lo misi al collo ed in silenzio tornai in camera. Ero
stanco…Molto stanco.
Il pomeriggio scivolò rapidamente nella notte. Ed io pure. Con la consapevolezza
che la luce del nuovo giorno sarebbe stata diversa da come l’avevo sempre
guardata.
O meglio, avrei cominciato a vederla veramente.
Aprii le finestre alla fresca aria del mattino.
Una di quelle giornate che invogliano a ritornare a letto. Sole grigio e
malinconico che, pigramente, scopre banchi di nebbia mentre tutto, compreso te,
sembra ancora dormire.
Eppure una incontenibile gioia profumava il mio corpo e mi baciava l’anima.
Godevo nella pienezza di entusiasmi perduti e la musicalità sepolta del mio vero
essere mi riportò bambino in un mondo spensierato e tutto da riscoprire.
Un festante scampanellio distolse il mio sguardo incantato e lo volse al
giardino.
Stefano! Un sorriso in bicicletta…
Facemmo colazione insieme.
La contentezza di rivederlo si unì al risveglio a nuova vita che avevo avuto,
spazzando via la desolazione lasciata la sera prima in cucina a stagnare per
tutta la notte.
Gli raccontai tutto mentre ci avviavamo in paese. Sorpreso. Rimase sorpreso ma
non incredulo. Del resto non ci eravamo mai mentiti. La nostra amicizia era
sempre cresciuta sotto piccoli tetti e mai al riparo di ricchezze e splendori
dove la lealtà spesso è una virtù sconosciuta. Inoltre, tra i due, chi
traboccava fantasia era sempre stato lui ed io non sarei mai stato in grado di
inventare una storia del genere.
Quindi, dopo un ragionato silenzio mi confermò la sua consueta generosità:
“Sei hai bisogno di aiuto, fratello mio, io sono qui…E se non basta - continuò
accendendosi - tirerò su per te un esercito. Dimmi di cosa hai bisogno ed io lo
farò ”.
Non risposi. Di cosa avevo bisogno non lo sapevo neanche io. Ma la sola
consapevolezza di avere il suo bene affianco dava vitalità e coraggio al mio
spirito, e più parlavo con lui, più mi accorgevo che l’unica cosa che poteva
aiutarmi era quella. Il suo bene. E del suo bene, di quello di Elena, di mia
madre e di tutti coloro che avevo ed avevo avuto vicino mi sentivo forte. Pronto
ad affrontare le mie paure e chi o cosa le incuteva.
“E’ qui che hanno trovato Elena svenuta” disse Stefano irrompendo nei mie
pensieri.
Eravamo arrivati, senza che io me ne rendessi conto, sul ciglio della voragine.
Il medaglione che avevo al collo cominciò a bruciarmi sullo sterno.
Istintivamente indietreggiai dalla zona dove ci eravamo soffermati allontanando
l’esterrefatto Stefano ed il bruciore cessò.
Mi chinai sul bordo della voragine e guardai in fondo, nella parte di parete che
corrispondeva alla zona in superficie dalla quale mi ero spostato.
Improvvisamente cessò ogni rumore circostante ed una nuvola incandescente si
materializzò uscendo fuori da una minuscola crepa della parete. Non avevo nessun
riferimento per capirlo ma percepivo che anche il tempo si era fermato. Mi
voltai per guardare Stefano…Era immobile, inanimato.
Ritornai sulla nuvola rossa che dissolvendosi catturò la mia attenzione su
quello che dovevo vedere: gocce rosse cristallizzate andare in pezzi su una
massa rocciosa e scura. Sopra, sul ciglio della voragine, la maschera
sanguinante ed atterrita di Elena gridare mentre veniva avvolta da un alone
nero. Poi tutto svanì ed io mi sentii tirare alle spalle da Stefano.
“Giovanni io torno a casa, devo dare una mano a mio padre a pulire la cascina
degli attrezzi e finire le riparazioni.”
“Come? Ah si scusa Stefano, ero soprappensiero.
Vai pure, io faccio un giro in paese.”
“Va bene ma ricordati quello che ti ho detto: qualsiasi cosa…”
Lo salutai meccanicamente, quasi con distacco. Ogni mia energia era convogliata
in quel momento alla comprensione di ciò che mi era appena apparso.
E l’unica interpretazione che potesse fare da giusto collante all’ultimo pezzo
del mosaico che si stava delineando era che, mentre io avevo risvegliato
l’Angelo del bene, Elena, prima di me, nello stesso modo, aveva risvegliato il
male.
Male che ora la teneva in ostaggio.
In
principio
Camminai…
Camminai e camminai per non so quanto.
Il paese aveva ricominciato a vivere ma i segni lasciati dal terremoto ferivano
ancora gli sguardi della gente.
Volti tristi e stanchi corpi dalla voce sofferente, vagavano lentamente tra le
strade. Tutta Civita Custodia sembrava esser sprofondata in un tenebroso oblio.
La giornata uggiosa contribuiva malinconicamente a spegnere la bellezza dei rari
sorrisi che solo qualche bambino regalava giocando.
La luce dei loro occhi, piccole scintille di innocente felicità, l'unica traccia
di speranza in quel baratro di desolazione.
Ma quando inesorabile, il velo dell'imbrunire calò silenzioso ed umido, anche
quell’impercettibile accenno d’energia vitale parve esaurirsi.
Io, perso tra lenti passi ed elucubranti pensieri, mi scoprii solo nel buio...
Anzi in compagnia del buio che, vivo, nascondeva nei vicoli deserti del paese la
presenza del malvagio.
Ovunque avevo la costante impressione di essere seguito da una strisciante
ombra.
Ero terrorizzato e contemporaneamente attratto dall'oscura entità. Il mistero e
l'ignoto che celava mi manteneva nel dubbio di avvicinarla.
Ero un bambino indeciso davanti ad una porta socchiusa all’oscurità.
Oscurità dalla quale arrivavano dolci profumi ed incantevoli suoni di giostre.
Paura e straripante curiosità, in uno stato di eccitazione ai limiti del
controllo, mi sconvolgevano l'anima.
Presi a camminare più veloce, cercando di restare sordo alle contrastanti
sensazioni che avvertivo e disperato, senza meta, affidai la giusta via
all’istinto. Quello della sopravvivenza. Quello che salva un soldato in guerra,
che agisce per conto di una madre quando il figlio è in pericolo.
Quello che forse è l’intervento soprannaturale di un nostro spirito guida, del
nostro Angelo custode o come lo si voglia chiamare. Lo stesso che ogni uomo di
qualsiasi fede o privo di qualsiasi fede, segretamente, nei più remoti antri del
proprio io, ha pregato di dargli forza, di aiutarlo in una situazione critica.
Lo stesso che siamo pronti a ringraziare, per poi avere una visione ottimistica
della vita, se la nostra preghiera è stata esaudita.
A maledire, infilandoci in un vortice di pietra e recintando il nostro cuore con
lo scetticismo, se da lui ci siamo sentiti traditi.
In un modo o nell’altro, lui si fa carico delle scelte della nostra libertà,
costantemente, ponendoci davanti lo specchio delle nostre gioie o sofferenze. Ed
alla fine ti rendi conto che non importa chi c’è dietro quello specchio perché
quella che rimane riflessa è sempre l’immagine della tua crescita spirituale,
della traccia passata, presente o futura della tua anima in questo mondo.
Così, nella incondizionata ragionevolezza dell’irrazionalità, lasciai correre le
mie gambe che mi liberarono senza fiato alla grotta segreta.
Una piccola caverna naturale, nascosta da fitti rovi e situata sotto la collina
dei pascoli. Lì, nell’immediato entroterra di Civita Custodia, dove si
distendevano erbosi ettari occupati da pecore e mucche, andavamo con Stefano e
altri compagni d’infanzia a marinare la scuola, a fare “gare di precisione” con
la fionda, a prendere accordi segreti per organizzare uno dei tanti scherzi da
monelli con i quali facevamo diventar matto Don Pietro o qualche personaggio del
paese.
Davanti all’anfratto, tra i rovi e l’inizio del prato, vi era un enorme masso
che sembrava esser stato lanciato lì da una possente mano , proprio per dare un
riferimento a chi avesse voluto trovare la grotta.
Quante volte, io e Stefano, ci eravamo arrampicati su quella strana, isolata
pietra, per dar vita alle nostre parole.
‘La pietra della grotta’.
Il panorama che si poteva ammirare, nonostante la non elevata cima, era
coinvolgente. Ti sentivi parte della natura mentre il tuo sguardo volava su
quella distesa verde ed il vento portava la voce del mare, nascosto dietro le
colline che delimitavano l’orizzonte.
Uno di quei paesaggi che non ammettono banalità, dove senti che qualsiasi cosa
tu stia per dire sarà sicuramente profonda e sincera.
Mi rannicchiai sulla roccia, incrociando le braccia sulle ginocchia e respirai a
fondo la quiete della notte mentre taciturna, la vallata, accolse ogni pensier
mio.
Un vuoto involucro carezzato dal vento, ciò che di me rimase a pesare sulla
terra.
I miei occhi vedevano, le mie orecchie ascoltavano ma tutto mi era
indifferente…E l’anima mia persa ormai all’orizzonte, mi scrutava da lontano.
Mai mi ero sentito così parte del tutto…
Un ribelle raggio di luna riuscì a trovare spazio nella bruna coltre di nubi, si
posò ai piedi delle lontane colline e cominciò ad avanzare verso di me solcando
nel mezzo la valle e diffondendosi tenuemente sulle ondeggianti distese erbose.
Quando la lattea luce mi illuminò, mi accorsi che mi aveva riportato l’anima e
che non ero più solo…
Intorno alla pietra erano disposte a semicerchio dodici celestiali
figure…Emanavano un bagliore fortissimo tanto che potevo riconoscerne solo i
contorni. Angeli, ero circondato da angeli…
Le ali erano distinguibili come distinguibile era il loro profumo intenso di
gelsomino ed il calore rassicurante che diffondevano nell’aria insieme a
melodiosi ed ancestrali canti.
Scesi lentamente dalla roccia e quando mi trovai innanzi a loro i canti
cessarono.
“Chi…Chi siete?”. Chiesi esitante ma non impaurito.
“Messaggeri” Sentenziarono coralmente con la voce più umana che avessi mai udito
ma che sembrava arrivasse dal cielo più lontano.
“Messaggeri…Di chi? Che messaggi portate?”
“Del verbo supremo del nostro e tuo signore Iddio che per mano e per bocca del
principe nostro e tuo agisce. A lui il comando delle dodici legioni angeliche
che noi rappresentiamo. Lottare contro le forze dell’oscurità e contro la
superbia dell’Angelo ribelle è il nostro uffizio”
“Chi è il principe?”
“Concesso ti è di vederlo e di ascoltarlo per mezzo dei tuoi occhi e delle tue
orecchie. Tu sei il prescelto”
Il coro si spense con l’arrivo di una possente folata di vento che spazzò via
l’accecante luce bianca. Il silenzio riempì quell’incredibile frangente in cui
potei vedere finalmente nei volti di chi aveva parlato.
Bellissimi, dai lineamenti femminili e maschili insieme, erano l’espressione
massima di dolcezza che il più bravo pittore non saprebbe ritrarre e che nessuna
penna potrebbe mai descrivere.
Guardando verso l’alto, in quella che aveva tutta l’aria di un’annunciazione
solenne, proseguirono:
“VULNERASTI COR MEUM .”*
* Feristi il mio cuore.
“POTAVERUNT ME ACETO”*
* Mi dissetarono con l’aceto
“AUSPICIANT AD ME QUEM CONFIXERUNT”
* Che guardino verso me che hanno trafitto
“IN AERUMNA MEA DUM CONFIGITUR”*
* Una spina è ancora conficcata nella mia pena
“IN FLAGELLA PARATUS SUM”*
* Sono preparato alle frustate
“SUPER VESTEM MEAM MISERUM SORTEM“
* Sopra la mia veste la misera sorte
Ancora Latino…
Capivo. E potevo intuire la tragedia ed il dolore che quelle parole trasudavano
quando gli angeli volsero il loro sguardo su di me. Lacrimavano sangue…
Non ebbi il tempo di meravigliarmi, né di soffermarmi su inutili domande, perché
un immenso calore infiammò prima il medaglione che avevo al collo e poi si
distribuì su tutto il mio corpo.
La luce che prima emanavano gli angeli ora, unita e più potente, usciva da ogni
poro della mia pelle e si andava concentrando in un unico corpo davanti a me.
Quando il processo si affievolì mi accorsi che gli angeli si erano tutti
inchinati.
Anch’io caddi in ginocchio ma perché privo di forze.
Innanzi a me la fulgida maestosità dell’Angelo che avevo visto volar via dalla
voragine, posava possente.
L’altezza, la corazza, i capelli e la bellezza dei suoi penetranti occhi…
Era proprio lui.
“REGNAVIT A LIGNO
DEUS”*
* Dio ha regnato da una croce in legno
“CUIUS PRINCIPATUS SUPER HOMERUM EUIS” *
* Sulle sue spalle la sua sovranità
Gridò poderosamente al cielo.
Quindi con regale movenza fece cenno agli altri Angeli di alzarsi e subito dopo
sguainò un’enorme spada, la stessa che avevo trovato sullo scoglio la notte
della tempesta.
La puntò per terra e guardandomi proferì:
“HINC RETRIBUTIO
SUPERBIS”*
* Di qua la ricompensa per i superbi.
Poi sollevò la spada verso il cielo e pronunciò:
“HINC HUMILIBUS VENIA”*
* Di là la grazia per gli umili
e dopo avermi rivolto un pacato sorriso mi porse la mano.
L’afferrai senza esitazione, mi alzai e quando ebbi di fronte quegli ipnotici
occhi, la sua voce, autoritaria, si perse in me echeggiando:
“Il mio nome è Mikael*, Custode della Verità Celeste, grande Arcangelo del coro
degli Angeli- Arcangeli, principe dei principi di ogni regione e nazione per
volere di Dio Onnipotente.
*Mi-Ka-El (Michele).
L’origine del nome Michele è ebraica e significa<< colui(che è) come Dio>>.
Sullo scoglio crociato hai potuto vedere le malvagità operate da chi dovrai
combattere: l’Angelo del male, ribelle all’amore dell’onnipotente.
Satana, abominevole bestia dai mille nomi e mille lingue del quale io fui e sono
inesorabile oppositore, ti perseguiterà negli affetti più cari, ti ricatterà nei
modi più infimi e cercherà di corromperti subdolamente.
Questo ti è stato concesso sapere e nella piena libertà decidere.”
“Perché io? Perché non un’anima più pura della mia? Io…Io non sono mai stato un
buon cristiano, non ho mai seguito a fondo la parola di Dio”- chiesi recuperando
un po’ di ragione vaporizzata nell’estasi di quella visione.
“ Ti è così difficile uomo, affrontare le tue paure? Lotterai sempre e comunque
al mio fianco e l’unica paura che al fine avrai sarà quella di te stesso e della
tua libertà.
Lì sarai solo! A combattere te stesso in divorante dissidio interiore, sospeso
tra incontaminati cieli e tenebrosi abissi.
Hai da poco imparato a volare ma il tuo cuore batterà come quello di un gabbiano
in balia di un uragano.
Ricorda sempre: troverai la salvezza nell’amore che è in te, di cui Dio ti ha
fatto misericordiosamente dono.
Non rispondere mai all’odio, strumento del malvagio e fuoco alimentatore degli
inferi.
Il tuo spirito sarà provato duramente, e non le tue carni.
Tu temi il dolore fisico ma quello che dovrai sopportare ben oltre le tue forze
sarà il travaglio dei lati oscuri dell’anima tua e del mondo.
Usa la spada non per ferire ma per illuminare e disperdere le tenebre che hanno
avvolto l’uomo.
Questo è il tuo dovere e per questa causa dovrai ingaggiar pugna contro il male.
Si è oramai giunti ad un bivio dal veder trasformato il mondo in uno splendido
giardino od in un cumulo di macerie.
Il Signore non ha bisogno del tuo braccio ma della tua volontà, della tua
coscienza di essere libero e puro come ti ha creato. A te la scelta.” Interruppe
momentaneamente il discorso dando spazio al silenzio.
Si guardò lentamente intorno con aria sospettosa come se avesse percepito od
udito qualcosa.
Poi tornò a parlarmi.
“Perché tu? La stessa domanda che ti sei posto quando è morto tuo padre...
Non è tempo e luogo di cercare risposte ma abbi chiaro in te che i disegni che
il Signore nostro Padre traccia trascendono l’umana comprensione.
Il fine ultimo è sempre la salvezza, l’umano bene e l’amore eterno.
Siete creature di Dio e Dio vi ama, tutti, indistintamente e profondamente…
Per voi ha riservato un gran futuro che non è qui. ”
L’Arcangelo si dissolse lentamente e con lui uno dopo l’altro i dodici angeli.
L’ultimo dei quali, prima di sparire si avvicinò.
Era di fronte a me ma non riuscivo a vederne il volto…
Sollevò la mano destra e delicatamente mi carezzò il viso.
“Figlio mio, coraggio! Non sei stato e non sarai mai solo!”- poi anche lui svanì
nel nulla.
“Papà!” urlai seguendo l’immagine che si perdeva…
Era la sua voce, le stesse parole che avevo udito vicino al cancello di casa, lo
stesso modo di carezzarmi amorevolmente… Era lui!
“Davvero…?Davvero tu lo credi? Ah, ah, ah! ”.
“Chi è?” dissi voltandomi per capire da dove arrivasse quella inumana e
cavernosa risata.
Nulla…
Ma il monile cominciò a bruciarmi terribilmente sul petto.
“Ma si, era lui o, meglio, una fedele riproduzione del tuo adorato padre che ti
è stato strappato via in uno schiocco di dita. E’ stato ‘salvato’! Ah, ha,
ha…Non la finiscono mai di rincitrullirvi con queste buffonate!”
“Chi è? Chi ha parlato!” chiesi verso la valle. La voce veniva da lì…
Un vento gelido arrivò alle mie spalle, salì verso il cielo a spegnere la luna
e, ricadendo nel buio, strisciò velocemente tra l’ erba per arrestarsi
silenziosamente ai bordi del prato.
Lì, un groviglio di serpenti, che si intrecciavano viscidamente, prese a
crescere sotto i miei occhi. Con rapidità impressionante un rettile dopo
l’altro, uscendo dalle erbe, si unì al terrificante mucchio che divenne sempre
più consistente in altezza fino ad assumere la sembianza di una figura umana.
Prima le gambe, poi il busto, le braccia, la testa. E…La pelle, gli occhi, il
naso, la bocca, le orecchie, persino i capelli si formarono incredibilmente
sotto il mio sguardo.
Finché non mi resi conto che, orrore, quella figura era tale e quale a mio
padre.
“Ecco chi ha parlato…” disse con voce che anche era quella di mio padre…
“Quale ti sembra più verosimile come trucco? Certo, il primo è stato presentato
meglio. Più.. Come dire… ‘Celestiale’ forse? Oh, loro sono molto bravi in
questo! Molto più teatrali!- disse ironicamente fiatandomi in faccia- Ma la
verità che c’è dietro il sipario tu la conosci, e bene anche! Io sono morto.
Defunto! Passato! Sotterrato!
Io non - e- si -sto - più!
Oh pardon, mi sono identificato troppo nella parte…Non io…Tuo padre!- urlò
collericamente per poi rispondere, come se mi avesse letto nel pensiero, alla
domanda che stavo per fargli, non per sapere, quanto per perdere il tempo
necessario a trovare una via di fuga.- Io lo sai già chi sono. Ve lo inculcano
in testa da bambini.
Vediamo… Qualche nome per rinfrescare la tua costruita memoria…
Lucifero. Il portatore di luce, il figlio del mattino.
Satana. L’avversario di Dio.
Mefistofele. Sì Mefistofele forse ti sembra più attuale…
Oppure preferisci un nome un po’…Come dire, più poetico: Iblis!
No! No! Lasciami indovinare…A te piace il classico.
Ed allora Diavolo. Il calunniatore.
Diavolo sì! Diavolo dovrebbe andar bene.
Piacere io sono il Diavolo. Sì suona bene! Ecco, le presentazioni sono fatte…
Tu sai chi sono io ed io so chi sei tu. E per il disegno di chi veneri noi
dobbiamo combattere.
Ma tu sei libero non è forse vero?
Libero di scegliere se farlo. Sullo scoglio ti hanno fatto vedere, aspetta…Come
le hanno chiamate? Ah sì, ‘le opere del malvagio!’ Bella proiezione, non c’è che
dire! Io il regista, voi uomini gli attori e lui il generoso produttore! Ma tu,
voi, siete liberi…E nella piena responsabilità della vostra libertà avete agito.
Avete scelto. Così tu ti ergeresti a paladino contro il male che i tuoi stessi
simili hanno perpetrato nei secoli, pensando di cambiare il mondo che neanche sa
che esisti.
Ma dimmi generoso eroe, difensore del bene, ti hanno detto per caso quale sarà
la tua ricompensa? Oh sì! La salvezza. La vita eterna, per il mondo intero. E
non si sono minimamente chiesti cosa mai possa fregartene del mondo intero che è
sempre andato e continuerà ad andare avanti anche senza di te.
Che magnanimità…
Dopo aver causato le lacrime tue, di tua madre e della tua donna: ‘Elena’ humm…Affascinante
fanciulla.” Terminò voltandomi le spalle. L’occasione che stavo aspettando per
fuggire ma invece delle spalle comparve lei, Elena.
Bella e conturbante, con una voce suadente ed incantevole, mi immobilizzò ad
ascoltare - “Segui il mio consiglio Giovanni. Non combattere. Non
combattere…Vieni…Lascia che il mondo continui sulla sua strada.
Ci aspettano giorni felici, pieni di amore. Humm, sì, di amore e di sesso…-
sospirò lussuriosamente mentre lentamente si denudava i seni - Vieni…Vieni da
me…”
Il bruciore del monile divenne insopportabile ma era l’unica cosa che mi
ancorava alla ragione. Lo presi in mano e stringendo i denti dal dolore riuscii
a digrignare: “Tu…Tu non sei Elena…”
“Perché non mi riconosci? Lo so che mi hai spesso sognata così. Ti spavento
forse? Preferiresti una fredda mummia tutta casa e chiesa al calore di questo
corpo? - Ansimò contorcendosi sensualmente ed oramai completamente nuda -
Vieni…Butta quello schifoso collare che ti hanno messo e seguimi. Ho tanta,
tanta voglia di te… Libera il tuo istinto. Liberati e liberami…”
Lasciai il medaglione che mi stava letteralmente ustionando la mano e
riconquistando i sensi sconvolti da quell’apparizione, fuggendo, urlai
rabbiosamente: “Tu non sei lei! Tu non sei lei! Maledetto, maledetto. ”
E mentre portentose spinte delle gambe mi allontanavano da quella oscena
falsità, il dubbio che il demonio aveva insinuato faceva breccia nel mio cuore.
Cosa volevo realmente? Cosa era giusto fare?
Tra le pareti della mia stanza, con gli occhi sopra le coperte, fissando il
soffitto, risposi a me stesso che se l’istinto mi aveva spinto alla fuga la
scelta che avevo fatto era quella giusta: l’alba del nuovo giorno sarebbe stata
quella della battaglia…
In
principio
Fresco il sole del mattino, adagiandosi sul volto mio ne carezzò il risveglio.
Attesi a letto il tempo necessario per abituare il resto del corpo al nuovo
giorno. Poi un silenzio diverso dal solito mi trascinò in camera di mia madre.
Non ero passato da lei al mio esagitato rientro notturno per evitare che mi
vedesse in quelle condizioni ed un terribile presentimento rallentò i battiti
del mio cuore.
Aprii la porta della stanza lentamente.
Sembrava dormire tranquillamente. A parte l’orario, le nove, decisamente
inconsueto per giustificare la sua presenza a letto, ciò che mi lasciò perplesso
era la posizione che aveva assunto. Di solito si coricava sul fianco sinistro
lasciando cadere il braccio destro nel lato dove dormiva mio padre.
Quella mattina era invece rigidamente supina al centro del letto. Mi sedetti
affianco a lei. “Sveglia Mamma sono le nove” Le dissi a voce bassa carezzandole
il volto. Aprì gli occhi lentamente e con voce debole mi chiese: “Come…Come sta
Elena?” Come al solito interpretò il mio silenzio, l’unica risposta che potevo
dare, nel modo più limpido e razionale chiedendo cosa mi preoccupasse ma quando
aggiunse:
“Chi ti sta ricattando?” capii che era andata oltre la semplice intuizione dei
miei pensieri.
“Cosa vuoi dire?”.
“Dove sei stato stanotte?”.
Risposi nuovamente con un cupo silenzio.
Lo interruppe lei:
“Ho fatto un sogno strano…Una luce. Fortissima. Poi una voce, lontana. Era tuo
padre che mi ha più volte ripetuto - Soffrirai per lui. Soffrirai per nostro
figlio come sta soffrendo Elena. Ma lui non deve cedere al ricatto. Non deve
cedere al male - poi tutto è svanito. Ti ho aspettato fino a tardi ma poi…”
Improvvisamente le ante della finestra esplosero ed un vento gelido ghiacciò
all’istante tutta la stanza sparandoci dentro i vetri in frantumi. Feci in tempo
a riparare col corpo mia madre e senza domandarmi cosa fosse successo
istintivamente la condussi fuori. Le gambe, forse per lo spavento, non la
tenevano più in piedi. Così dovetti potarla giù per le scale in braccio e quando
la sistemai sulla poltrona nella camera da pranzo mi accorsi che era svenuta.
Tentai a lungo di rianimarla ma non ebbi successo. Il polso però sembrava essere
regolare e la respirazione non era affannata. Presi così un panno e dopo averlo
imbevuto di aceto glielo strofinai sotto il naso. Il monile al collo iniziò di
nuovo a bruciare. Sospettoso le tirai su la testa e dopo averle inumidito con
acqua fredda la fronte ed i polsi cominciò a riprendersi…Non lei però. Mi
afferrò con violenza il braccio e fissandomi con uno sguardo animalesco disse
con una voce rauca e maschile:
“ Idiota. Speravi di fuggire al tuo destino contando sulle tue gambe? Potresti
correre in capo al mondo senza accorgerti di avermi dentro di te, come già è
successo alla tua donna. Questo è l’ultimo avvertimento: o vieni con me o sarai
contro di me.
Pensa al tuo bene…Al tuo, a quello della sgualdrinella che, humm, non è niente
male, ed a quello di questa stupida vecchia!” In quel momento entrò Zio Bruno ed
a quella forza brutale che lasciò di colpo il mio braccio si aggiunse la mia nel
sottrarglielo con il risultato di essere scaraventato ad un metro da terra, sul
pensile dei piatti. Persi i sensi.
“ ET AMBULEM IN MEDIUM UMBRE MORTIS NON TIMEDO MALA
QUONIAM TU MECUM ES.!
ET AMBULEM IN MEDIUM UMBRE MORTIS NON TIMEDO MALA QUONIAM TU MECUM ES!
ET AMBULEM IN MEDIUM UMBRE MORTIS NON TIMEDO MALA QUONIAM TU MECUM ES!
ET AMBULEM IN MEDIUM UMBRE MORTIS NON TIMEDO MALA QUONIAM TU MECUM ES!
ET AMBULEM IN MEDIUM UMBRE MORTIS NON TIMEDO MALA QUONIAM TU MECUM ES.” *
* Sebbene io mi trovi ed abiti sotto l’ombra della morte
(del Diavolo), non temerò alcun male poiché tu (Dio) sei con me.
Ripresi conoscenza lentamente
mentre ripetevo questa frase in latino che sembrava nascere da un sogno, troppo
assurdo per essere tale ma anche oltre misura logico per non sperare che lo
fosse.
Ero sull’altra poltrona, affianco a mia madre. Davanti a me Zio Bruno e Stefano.
Si erano incontrati al bivio per il paese ed avevano deciso di passare a
trovarci.
Il braccio mi provocava un dolore pazzesco. Tirai su la manica del pigiama.
Avevo un ustione che ricalcava la forma della mano di mia madre. Si riusciva
persino a vedere la sagoma della fede nuziale.
“Come stai figliolo?”
“A parte la testa ed il braccio, bene Zio Bruno. Ma mia madre?”
“Non lo so…Ho visto tutto prima…Ma ora sembra riposare. Ho provato a svegliarla
ma…Niente.”
“Giovanni, ma che diavolo sta succedendo?” Chiese Stefano.
“Eh! Forse è proprio a lui che devi fare questa domanda, Stefano.
Io so soltanto che sto vivendo un incubo. Ogni cosa sembra divenuta così
assurda…Così irreale. Ma ciò che è più pazzesco è che sto cominciando ad
intravedere un senso in tutto questo. Una logica.”
“Ma di che logica parli Giovanni? Qui c’è tua madre che…che…Insomma guardala tu
stesso! Elena in coma all’ospedale, tu… Tu che non sembri più te stesso e che
racconti cose strane…La gente che comincia a fare domande. In paese si vocifera
che tu abbia fatto un miracolo…Il bambino davanti all’ospedale: la descrizione
che ha fatto il padre coinciderebbe con te. Mi ha fermato Salvatore e mi ha
raccontato in che condizioni ti ha trovato…Stralunato, scalzo, con i vestiti
strappati. Sai cosa mi ha detto? Lo sai cosa mi ha chiesto maledizione?” Urlò
scuotendomi le spalle quasi in preda ad una crisi nervosa.
“No. Non lo so.” Accennai io sottovoce e pacatamente.
“Se stai facendo uso di droghe! Ecco cosa mi ha chiesto!” Terminò nella speranza
di ricevere una spiegazione.
Chiusi gli occhi adagiando la testa all’indietro. Tirai un lungo respiro e nella
calma più assoluta, qualcuno rispose per me e per Stefano.
“Non hai mai avuto la sensazione, anche solo momentanea, quasi impercettibile,
che ogni istante della tua vita sia in qualche modo riconducibile ad un destino
superiore, universale? Un progetto creato apposta per te, che cambia in base ai
segni che riesci a cogliere ed alle scelte che la vita stessa ti pone sul
cammino.
E tutto ciò che sei, che fai e che hai sembra non appartenerti più perché
inevitabilmente legato ai destini delle persone che conosci e quindi delle
persone che loro stesse conoscono? Ogni tua azione, ogni tuo atteggiamento ogni
tuo soffio di vita, genera in completa ed inconsapevole libertà una reazione a
catena di eventi…”
In una frazione di tempo ebbi la forza di riaprire gli occhi ed uscire da quello
stato di trans che mi aveva catturato. Guardai i due davanti a me.
Stefano mosse uno sguardo incredulo verso Zio Bruno che lo accolse in ugual
maniera. Leggevo nei lori occhi la fatica che facevano a riconoscere il mio
linguaggio. Avevo ascoltato anche io le mie parole. Un discorso venuto da chissà
dove.
Ma nella piena convinzione di ciò che avevo detto, decisi di richiudere gli
occhi consapevole che facendolo, ‘lui’ avrebbe proseguito per tranquillizzare
loro e soprattutto me.
Così avvenne.
“Spesso nelle nostre albe di pesca ho ammirato la profondità del mare, i
riflessi del sole nascente cullarsi sulle onde e le onde coccolare gli scogli.
Ed il silenzio…Il silenzio rotto solo dalla voce dei volteggianti gabbiani,
riposava i miei pensieri e le mie domande. Più volte mi son chiesto chi vi fosse
dietro questa magnificenza, dietro questo spettacolo. E quante volte, ti
ricordi, litigai con Dio, così generoso da creare e regalarci quel paradiso e
così, dicevo, così crudele da togliermi l’affetto che mi avrebbe guidato nel
mondo. Ma fu proprio dopo quelle riflessioni e quegli sfoghi, dopo
quell’errabondo contemplare la grandezza dell’opera del Signore che, invece,
cominciai ad accettare la morte di mio padre. Cominciai a ritrovare pace in me
stesso ed anche il tragico evento, che aveva sconvolto la mia vita, iniziava ad
avere un significato.
Trascorriamo la nostra vita aspettandoci che sia la proiezione di un film
imbottito di stereotipi di felicità fatta di pezzi di carta da mille e milioni,
con i quali compriamo la nostra ipocrisia.
Ci nascondiamo dietro false bandiere per giustificare i nostri mezzi leciti o
non ma comunque utili alla causa. Il denaro, la ricchezza esteriore. E poi ci
ritroviamo soli ed increduli nel leggere un giornale dove a far più notizia è un
suicidio o un episodio da cronaca che più è nera e schizofrenica e più fa
vendere. E ti accorgi, un giorno come questo, che quella che stai vivendo o è
una grossa parodia di te stesso oppure hai soltanto preso una strada che ti
porterà ad una dimensione parallela, lontano dalla vita che avresti voluto fare
ed ormai irrimediabilmente avviata all’oblio. E devi decidere!
Devi decidere nel pieno della tua coscienza e cosciente della tua immaturità, se
e come tornare indietro. E sei comunque razionalmente consapevole che sarà un
doloroso bivio…Ecco, ora io mi trovo di fronte, come non mai, a questo
bivio…Razionale o paradossale che sia, io per la prima volta nella vita, mi
trovo innanzi ad una scelta vera, libera ed apparentemente insignificante.
Combattere per riavere Elena ed ora anche mia madre, oppure cedere alle facili
lusinghe di chi me le ha portate via. Cosa vuoi che cambi per il mondo intero il
modo con cui tenterò di riabbracciarle? Forse il mio schieramento da una parte o
dall’altra sarà cagione futura di più o meno guerre? Di più o meno odio e
sofferenza di quanto l’umanità non si sia già avvelenata da sola? Ed eccola la
mia risposta: io combatterò! Io, combatterò!
E nel combattere leverò la spada sapendo di vibrare ogni colpo al fianco del
bene e della libertà. Combatterò contro il male che schiavizza e contro il
maligno che ricatta. La scelta è fatta oramai e l’ opera mia, principio di una
nuova era, non sarà vana…Così ho deciso per volontà mia cosa già da tempo era
scritto!” Chiusi il discorso quasi urlando e vestendomi di un furore atavico che
pulsava coraggio in ogni vena del mio corpo. Inutilmente Stefano tentò di
riportarmi all’umana ragione:
“Che… Che cosa era scritto? Giovanni, sei tu che parli? Giuro che non ti
capisco…
Non ti sei mai espresso in modo così forbito. Non che tu non sia in grado ma…E’
che così non hai mai parlato! In più i vaneggiamenti che hai fatto durante lo
svenimento: c’ero anche io sai?”
“Lascialo stare - disse Zio Bruno - né io né te possiamo capire…”
“E ci credo Zio Bruno! - gli ribatté vivacemente per poi tornare a parlare con
me - Frasi in latino, prolungate e ritmate come quelle che si sentono in chiesa
durante le cerimonie più antiche! Tu? Tu che in latino hai imparato la prima
declinazione quando tutti erano già alla quinta ed alle gerundive! Hai smesso di
studiare quattro anni fa per fare il falegname, ricordi? E da quando un
falegname parla latino? Io ti conosco, amico mio, ed è proprio per questo che ti
consiglio di farti visitare da uno psicoanalista! Anzi forse sarebbe il caso di
chiamare uno di quei preti strani, un…esorci…esorci - come diamine si chiamano!”
“Esorcista, Stefano” gli suggerii accennandogli un sorriso per rasserenarlo.
“Eh! Proprio quello! Dammi retta, fallo! Per il tuo bene, fallo!”
“Già il mio bene…Ed anche il vostro. Non aver paura per me Stefano…Tutto andrà
bene. Ora devo andare!”
“Dove devi andare?”
Ignorai la sua domanda salutandolo con un abbraccio e poi rivolsi gli occhi alla
saggezza di Zio Bruno. La sua risposta fu immediata e confortante.
“Figliolo non so se prima eri tu a parlare o qualcuno per te ma una cosa è
certa: credo che tu abbia cominciato ad ascoltare te stesso. Io di quello che
hai detto ho capito poco e niente. Ma un vecchio come me sa riconoscere le buone
intenzioni negli occhi e non nelle parole. Vieni…” Mi indicò di seguirlo alla
finestra.
Lo feci.
Spalancò le ante ed un magnifico sole di mezzogiorno si fece tiepidamente largo
in tutta casa. Respirai a fondo strozzando l’ultimo residuo di umana angoscia
che mi opprimeva ed ascoltai il calore della luce fondersi nel consiglio del
vecchio:
“ Tuo padre, mentre lavorava il legno, spesso usava dare dei consigli ai suoi
giovani aiutanti. Il più ricorrente e tu senza dubbio lo ricorderai era: -
mentre intagli il legno, fallo con il cuore. Provando amore per quel che
costruisci, farai più attenzione a come lo fai, evitando così di distrarti e di
ferirti. Se ti ferisci, la rabbia per esserti provocato dolore da solo ti
allontanerà dal lavoro che non sarà finito per tempo e bene - Affronta questa
battaglia seguendo il tuo cuore ma non cedere alla rabbia di una probabile
ferita…”
Annuii lentamente e mentre stavo per chiedergli di prendersi cura di mia madre
mi anticipò: “Non preoccuparti per tua madre. Veglieremo su di lei giorno e
notte.”
“Grazie Zio Bruno , come al solito mi leggete la favola giusta…”
“Sei tu che hai sempre saputo ascoltarle.”
Mi tolsi il medaglione dal collo e glielo porsi.
“Un favore: tenetelo sempre vicino a mia madre. A me non serve e forse potrà
aiutare lei a riprendersi”
“Va bene ora vai!”
“Zio Bruno , vi voglio bene.” Era l’unica cosa che potessi aggiungere prima di
chiudere la porta alle mie spalle.
Il destino, se sei fortunato, a volte ti chiama avvicinandoti gradualmente alla
meta.
Senti crescere in te la consapevolezza della strada ascoltando i segni che il
cammino ti pone. I segni…Un entusiasmo travolgente ti spinge a seguirli facendo
scelte razionali e, molto più spesso, istintive.
Sono proprio queste che si rivelano poi le più significative e che ti permettono
balzi in avanti strabilianti, velocissimi.
Casualità…
I più scettici le chiamano così, dando un senso logico all’illogicità di uno o
più eventi che ci hanno cambiato la vita.
In realtà niente altro che proiezioni inconsce ma tangibili del nostro spirito
guida, attento alle giuste decisioni più del nostro corpo, costantemente
ingessato dalla materialità di cui quotidianamente ci cibiamo e ci cibano.
Perché ci risulta così difficile credere che un sorriso, una parola,
un’immagine, un sogno, uno sguardo di una persona anche sconosciuta od anche di
un animale, un bacio della natura, o più semplicemente un silenzio inaspettato,
in un momento e luogo particolari, possano più di un ragionamento freddo e
pragmatico, cambiare il senso della nostra esistenza futura? Questa ostinata
sordità ci allontana da ciò che noi vogliamo e che tentiamo di realizzare
percorrendo solo il sentiero della ragione.
Il destino, in qualsiasi modo lo si voglia intendere, passivamente o frutto
delle nostre sole forze, è invece il risultato di più componenti ognuna delle
quali è un indicazione al tragitto che dovremmo seguire. Una caccia al tesoro in
cui conta la giusta interpretazione dei messaggi affidandosi ai ragionamenti ma
anche all’intuito, al proprio sesto senso.
La mia ottusità, il mio duraturo ed erroneo sforzo di chiudere il cuore al sole
che la vita ci regala ogni giorno per riscaldarci l’anima, dopo la morte di mio
padre, avevano oscurato per molto, troppo tempo, la capacità di vedere ed
interpretare i ‘segni’ nella loro universalità.
Ed il mio destino si era comunque manifestato improvviso ed inequivocabile con
inarrestabile potenza.
Io. Io non potevo far altro che andargli incontro. Procedere lungo la luce che
aveva illuminato il mio cammino ed imparare a volare.
E mentre rinascevo a nuova vita, naufragando in questi pensieri, mi sorpresi a
camminare a piedi nudi sulla spiaggia. Il silenzio in cui era avvolto il
paesaggio sembrava aver addormentato anche il mare che si lasciava cullare dalla
splendida giornata invernale.
Il paese era alle mie spalle, lontano. Così come lontano era il mio passato.
Il verso di un gabbiano diresse il mio sguardo verso l’orizzonte.
Seguii il suo volteggiare fin quando l’uccello non si posò su uno scoglio al
largo e, proprio da lì, arrivò l’ultima chiamata del mio destino: un abbacinante
riflesso del sole che colpì per un istante i miei occhi.
Questa volta non esitai. Mi tuffai in acqua e nuotai freneticamente verso lo
scoglio.
Ad ogni bracciata che allungavo il freddo dell’acqua gelida diminuiva e nella
mia mente prendeva forma, sempre più nitidamente, l’immagine dell’isolotto a
croce dove le ali, nella notte di tempesta e delirio, mi avevano portato.
Quando misi il piede sulla scura roccia ebbi conferma di quanto immaginato
mentre nuotavo: la spada che già avevo impugnata era su un rilievo, al centro
dello scoglio.
La sollevai delicatamente.
Non pesava più.
Carezzai la lama, ne ammirai la lucentezza e presi a maneggiarla disegnando
linee curve e casuali nell’aria, come fosse un gioco.
Presto mi accorsi però, che ogni mio movimento era magistralmente preciso e
mirato.
Affondi, tagli trasversali, longitudinali ed obliqui erano tutti diretti secondo
uno schema ricalcante figure che si susseguivano ripetendosi.
Ad ogni fendente tirato sentivo espandersi, in ogni muscolo, una straordinaria
forza.
Contemporaneamente, leggero ed irresistibile, il soffio del mare mi rinvigoriva
l’anima.
Entrando in simbiosi mistica con la spada, continuai a lungo e con furore in
quell’arcaico allenamento finché il tramonto non rosseggiò il suo tenue calore
sulle grandi ali. Inaspettate. Indolori.
Maestose.
La loro vista, assorto com’ero da quell’esercizio fisico, mi colse impreparato.
Le ammirai incantato, poi mi sedetti ed aspettai il calar del sole meditando.
Ero di nuovo un Angelo!
Questa volta nella piena coscienza dei miei poteri, spiccai il volo.
Un’ascesa rapidissima, nel silenzio della sopraggiunta notte, incontro
all’argenteo chiarore della luna.
Il soffice fruscio delle candide ali l’unica compagnia…
E più mi elevavo più il peso opprimente dei tormenti passati, i dolori
angosciosi dell’umanità tutta, che avevo rivissuti nella notte in cui presi per
la prima volta in mano la spada, svanirono nell’incantevole leggerezza che mi
sosteneva in aria.
Il profumo che saliva dalla terra si mescolava all’odore del mare trasportato
dalla leggera brezza.
Tutto da lassù era così piccolo da apparire unico, indivisibile e soprattutto
vivente. Un unico grande essere vivente del quale, noi umani ci dovremmo sentir
parte armoniosa.
Non credo che la sensazione che provavo potesse essere la stessa di chi ha preso
un aereo ed ha visto la terra miniaturizzarsi sotto di lui, o meglio ancora di
un astronauta che ha potuto ammirarla dallo spazio.
Sospeso nel vuoto incontaminato e spoglio di ogni umana veste, io ero libero da
qualsiasi costrizione metallica ed asettica, avvolto da un turbinio di carezze
della natura e dei suoi elementi.
Ero libero!
Libero e magnificamente solo.
E librando tra i venti della solitudine, negli spazi infiniti, schiusi
lentamente i più remoti antri dell’io demolendo le barriere del mio involucro.
L’anima mia proseguiva incontrastata nel viaggio verso la libertà.
In
principio
Le grandi ali erano improvvisamente scomparse.
Le rovine della chiesa di S. Michele, sistemate dalle ruspe sul bordo del corso,
raggiungevano in altezza le mura restate in piedi dell’edificio.
Cercai a lungo ma invano il passaggio che portava alla vecchia biblioteca. Forse
ritrovando il manoscritto avrei potuto trovare una traccia, un aiuto. Capire
come e dove muovere il successivo passo.
Dopo aver inutilmente esplorato il perimetro dell’edificio decisi di entrarvi.
Nulla. Non c’era più nulla.
Solo la campana che, silenziosa, era stata lasciata al centro della chiesa. Due
tonnellate di bronzo decorato, con un diametro di un metro ed ottanta circa,
precipitate per venti metri.
Rovesciata su un lato, con il batacchio inerme, sembrava un monumento eretto
alla distruzione.
A quella desolante vista abbandonai la ricerca del manoscritto. Ma era poi così
importante ritrovarlo?
Alzai allora la testa allo squarcio di cielo stellato visibile tra i resti del
tetto e nel rinnovato spirito ebbi la forza di respirare speranza.
Trovato uno straccio iniziai a spolverare con amorevole cura la campana, dentro
e fuori, fin quando non fu completamente lucida.
Mi chinai, afferrai il batacchio con due mani, lo sollevai e poi lo lasciai
ricadere.
Il rintocco, cupo e sgraziatamente metallico, disperdendo l’alone di tristezza
che gravava sulla chiesa, suonò a principio della sfida che avevo accettato ed a
monito per chi stavo per affrontare.
Ero finalmente pronto. Ma anche esausto.
La lunga giornata con i suoi incredibili accadimenti ed il duro esercizio fisico
a cui mi ero sottoposto in mezzo al mare, avevano prosciugato ogni mia energia
fisica e mentale.
Mi lasciai assopire sdraiandomi all’interno della campana nella persuasione che
oramai non rimaneva altro da fare che attendere gli eventi.
Non sentivo freddo. Né mi disturbava la scomoda posizione.
Quella campana, che mi riportava all’infanzia ed al ricordo di Don Pietro,
avrebbe vegliato sul mio sonno.
Avrebbe…
Non fu così.
Mi svegliarono poco prima dell’alba un intenso calore e dei sospiri femminili.
Aprii gli occhi. Uscii lentamente dalla campana.
Ero circondato da piccoli falò ed una ossessionante litania tambureggiava mentre
splendide donne in abito gitano danzavano freneticamente.
Accolsi inizialmente con un sorriso stupito ciò che si presentava ai miei occhi.
Poi le donne cominciarono sinuosamente a stringere il cerchio fin quando sentii
le loro calde labbra baciarmi
ogni parte del corpo e le sensuali mani avvinghiarsi al mio già incontenibile
stato d’eccitazione.
“Lasciati andare…Lasciati andare…” Più volte mi sussurrarono nelle orecchie.
Lentamente scivolai in terra inebriato dai loro profumi e privo di ogni
resistenza alle lingue che sentivo sfiorarmi il collo, le spalle, il
ventre…Ormai completamente nudo, con braccia e piedi bloccati, respiravo a
fatica e perdevo forze. E nell’affanno, in un barlume di ragione capii ciò che
stava accadendo: una trappola del demonio!
Troppo tardi.
Sentivo il cuore battere vertiginosamente al ritmo sempre più sostenuto di quei
maledetti tamburi.
Non avrei retto ancora per molto.
Un urlo.
Potente.
Maschile.
Incomprensibile.
E fu silenzio.
Le sgualdrine del diavolo che si erano ammucchiate sopra di me furono
sbaragliate da una valanga umana.
“Ghovà, Ghovanniii !”
Era Fofò , il ‘matto’ del paese. Sordomuto ed orfano di madre dall’infanzia,
aveva successivamente perso anche il padre, alcolista, per una cirrosi epatica.
Di Fofò si conosceva tutto e niente. Si sapeva con ‘certezza’ che la sua prima
esperienza sessuale l’aveva avuta con una cagna, che aveva bevuto una latta
d’olio per le macchine senza accusare il minimo fastidio intestinale, che,
selvaggio e sudicio com’era, aveva nel tempo acquisito una misteriosa immunità a
qualsiasi malattia.
Eppure, non ancora maggiorenne, aveva la pelle già invecchiata, lo stomaco
dilatato, denti storti e malati ed occhi costantemente arrossati.
Nessuno sapeva ancora dove dormisse, se avesse qualche parente e la maggior
parte ignorava persino il suo vero nome.
Lo potevi trovare la sera all’osteria di Zio Bruno, intento suo malgrado a far
divertire qualcuno facendosi schernire; al cimitero, dopo un funerale, con una
carriola ed un secchio di calce per aiutare il muratore nella tumulazione del
morto.
Ogni venerdì sera, nella mia bottega, per buttare i sacchi della segatura e
ripulire i banconi e le macchine.
Si guadagnava da vivere qua e là senza pretese; salutava tutti più o meno
affettuosamente ma non conosceva nessuno.
Ora era lì. Seduto pesantemente sopra di me. Venuto da qualche rifugio dove
l’indifferenza umana lo aveva ‘ospitato’ per la notte.
Lo fissai solo per un momento benedicendo il suo arrivo. Troppo, per lui che
voleva essere sempre riconosciuto subito.
“Ccao Ghovà ! Fofò ! Fofò bucca a' chegatura. Pulicche i baccone Fofò !”.
Urlò di nuovo battendosi la mano sul petto.
"Ho capito, ho capito Fofò! Ciao, sono contento di vederti".
E lui, fissandomi divertito: “Ccao Ghovà' “.
Poggiai i gomiti a terra per sollevare quel poco che potevo il busto finché Fofò
non decise di alzarsi liberandomi dal suo peso. Poi afferrandomi le mani tirò su
anche me.
A quel contatto, un brivido gelido percorse la mia pelle. Improvvisamente una
coltre scura sfidò le prime luci dell'alba ed avvolse completamente Fofò.
Potevo intravedere solo i suoi occhi… Lacrimavano sangue.
Un’immensa tristezza m'invase l'anima smarrendomi in un labirinto di solitudini
ed angosce.
Un pianto di bambino ed una tenue luce…
Seguii entrambi camminando in quel buio deserto di disperazione.
Più avanzavo, più il pianto diveniva straziante e la luce intensa. Fin quando un
lampo accecante…
Una piccola sala da pranzo…
"Un'altra volta ubriaco fradicio! Vergognati"
"Stai zitta maledetta! "
"Stai zitto tu fallito!"
"Bastaaaaa! Chiudi quella fogna!"
"La fogna ce l'hai tu in quella bocca piena di vino, maiale!".
L'uomo sferrò un violentissimo pugno alla donna che, barcollando all'indietro,
prima di rovinare in terra, urtò con la testa sullo spigolo del tavolo posto al
centro della stanza.
Sotto il tavolo, davanti alla madre che giaceva ormai inerme in una pozza di
sangue, il bambino terrificato.
"Mamma, mamminaaa!"
A forza la mano del padre trascinò fuori il piccolo che in un disperato
tentativo si divincolò a scuotere la madre ormai morta.
"Mammaaa,".
"Stai zitto idiota o farai la stessa fine!"
"Mamma, mamma. Svegliati mammina. Svegliati. Mammaaa svegliati, svegliati,
svegliatiii".
Il padre, ormai in preda alla follia, colpì anche il bimbo tremante. Un altro
pugno, d'inaudita potenza all'altezza dell'orecchio destro.
Io?
Paralizzato, davanti a tale orrore, non potei far altro che aprire il cuore alla
rabbia.
Mentre la scena si dissolveva nel buio capii che quel bambino era Fofò.
Che la mamma non era morta dopo essere caduta dalle scale.
E che il sordomutismo di Fofò non era affatto congenito.
L’alba vinse.
Avevo davanti di nuovo gli occhi di Fofò che singhiozzando mi disse: “Noh … No è
ttata coppa mia! Vitto? Vitto Ghovani?”.
Lui sapeva! Sapeva che ero riuscito ad entrare nel suo incubo. Era cosciente
mentre io vagavo nei meandri della sua mente. E forse mi aveva anche guidato
nella ricerca del punto in cui la sua vita si era trasformata in un inferno.
Quel pianto di bambino che riecheggiava in lui da sempre, da solo non sarebbe
bastato…La piccola luce allora. Un barlume di speranza…
Una traccia nascosta, quasi impercettibile, che il suo inconscio avrebbe
proiettato al momento giusto con il suo represso desiderio di dire: ‘basta!’ Di
chiedere finalmente aiuto nella certezza che qualcuno, questa volta, avrebbe
risposto.
Per troppi, lunghi anni aveva atteso inutilmente il risveglio della mamma al suo
grido di aiuto!
Dov’era la mamma? E chi era quel bambino che lo tormentava piangendo nei sogni?
E quel signore così cattivo che continuava ad accusarlo?
“E’ colpa tua! E’ colpa tua! Maledetto il giorno in cui sei nato!”
Oh all’inizio lo sapeva che quello…Quello era suo padre! Che il bambino che
piangeva era lui…Ma dopo…Dopo diventò Fofò…E tutto fu più facile. Il tempo passò
rapidamente così come l'atroce dolore all’orecchio.
Ma il dolore vero, quello dentro di lui, lo stava ancora divorando.
“Si ho visto tutto Rodolfo!”
“Alloa è veo! No è ttata coppa mia!”
“No non e’ stata colpa tua…Non è stata colpa di nessuno”
Lo accolsi tra le braccia mentre esplose in un pianto interminabile.
“ Fofò’ bono babbino. Fofò no a fatto gnette. No è coppa sua!”
Sentii le sue lacrime graffiarmi il collo ed avrei voluto che l’Angelo facesse
qualcosa. Che interrompesse definitivamente quella catena di dolore che aveva
imprigionato la vita di un innocente. Quel pianto stava uccidendo ogni mia
speranza nel genere umano…
“Allora…Sei poi così convinto che Dio vi voglia veramente bene? Ah ah ah!”
Riconobbi la risata! Era lui.
“Dunque? Dov’è questa tua tanto sospirata libertà? Dov’è questo disegno divino
di giustizia ed amore che ti hanno promesso? Dov’è stata riposta la libertà di
Fofò?”
“Non ho paura di te! Vattene!”
“Non voglio che tu abbia paura di me! Voglio che tu venga con me! Che tu capisca
la menzogna nella quale vi costringono a vivere. Perché soffrire? Perché subire
e dolersi di un’esistenza ingrata quando si può avere l’opposto? E’ questa
l’unica scelta che dovete fare! Quale libertà è veramente tale se condizionata
da falsità? Chi dice che sia io il male e non loro? Non il tuo tanto adorato
Dio?”
Questa volta lo fronteggiai immediatamente e deciso risposi: “Il fatto che tu
sia qui a ridere sarcasticamente del dolore di un uomo. Tu sei qui a tentare di
convincermi. Tu sei qui per spingermi a scegliere…Vattene!”
“Se non sarà una tua scelta alla fine sarai obbligato a supplicarmi. Tu e la tua
donna…”
“Vattene!”
“Implorerai ai miei piedi e prima di poterlo fare soffriranno tutti i tuoi
affetti come e peggio di come ha sofferto chi proteggi ora tra le braccia.”
“Vattene!”.
“Conoscerai le piaghe della carne e dello spirito nei tormenti che lentamente ti
infliggerò…”
“Vattene in Nome di Dio! Vatteneee!” Urlai senza farlo terminare mentre una
sfera di luce celeste e vellutata inglobò me e Fofò.
Un intenso calore divampò da ogni poro della mia pelle succhiandomi energia fino
a ridurmi in ginocchio.
Investito in rapida successione da violente convulsioni mi aggrappai alle mani
di Fofò per non cadere in terra.
Recuperai molto lentamente.
Fofò mi aiutò a risollevarmi.
Le sue lacrime non erano più rosse ed il suo pianto era di gioia.
Gli abiti trasandati e sudici erano gli stessi ma tutto il resto era mutato.
In meglio.
“Grazie Giovanni!”.
“Non devi ringraziare me Fofò ma l’Angelo.”
“Rodolfo. Mi chiamo Rodolfo.- mosse ad orgoglio.
"Già Rodolfo - ribadii commosso e non stupito del miracolo che era avvenuto."
I nostri sguardi si incontrarono e nel mio c'era la
vergogna dell'indifferenza umana. Lui, Rodolfo capì e mi liberò: "Ringrazio te e
l'Angelo. E' giunto il tempo della gioia e del perdono...Perdono mio padre… E l’indifferenza del mondo.”
I nostri occhi si lasciarono senza dire altre parole.
Lui si allontanò verso la nuova vita che l’aspettava, sparendo all’orizzonte.
Il sole, appena sorto, avrebbe guidato i suoi primi passi mentre il nuovo giorno
regalava generosamente un cielo limpido e terso.
In
principio
Dentro di me risuonavano ancora le parole del maligno quando un’impossibile
tempesta si manifestò.
Tetre nubi si addensarono sopra la chiesa.
Un vortice tenebroso dipinse il cielo con i colori della morte ed
improvvisamente un vento furioso gonfiò l’aria di pioggia ed elettricità.
Fu silenzio e buio per poco.
Una saetta squarciò l’oscurità colpendo una delle colline di fronte la chiesa.
“Casa! Era la collina di casa mia!” realizzai.
Volai tra fulmini e raffiche, sopra il paese che si svegliava schiaffeggiato dai
bagliori dei lampi ed dal fragore della tempesta.
La falegnameria, attrezzata nel capannone in giardino, era andata.
Il comignolo della casa pure… Riuscii ad evitarne i mattoni che rotolavano giù
dal tetto mentre aprivo la porta.
Non badai a mia madre. Non ne avevo il tempo. Le tolsi il medaglione dal collo
e, sotto lo sguardo incredulo di Zio Bruno che rimase in silenzio, lo indossai,
aprii la finestra e puntai dritto alle nubi più scure.
Una forte corrente discendente respingeva la mia ascesa e le ali appesantite
dall’acqua faticavano.
Più volte precipitai spalle alla terra ma non mi arresi finché non bucai quello
strato di malvagità.
Un lago nero venato in superficie da rossi e guizzanti serpenti.
Più su io ‘con’ e ‘nel’ cielo.
Più su ancora il sole e la amata luce.
Sapevo cosa fare. E lo feci.
Sfilai il medaglione. Lo tesi al sole dirigendo il riflesso che ne scaturì verso
il basso.
Ogni fulmine si rivolse verso l’alto liberando vapori acidi.
Molti passarono vicinissimi ma nessuno mi colpì.
La tempesta era viva. Alimentata da energia negativa che si ribellava vomitando
odio sotto e sopra di essa.
Il raggio però, continuava a divorare tenebre mentre il medaglione cominciava a
surriscaldarsi.
Violenti scossoni mettevano a dura prova la presa delle mie mani.
Resistevo.
Quando il cielo tutto si riunì al sole, capii che avevo vinto la prima
battaglia.
Fui sorpreso dal paesaggio.
L'impeto della tempesta mi aveva spinto fino alle rovine dell'antico monastero.
Ci si arrivava solo a piedi, da un unico sentiero che partiva dalla valle dei
pascoli e che si arrampicava tra due montagne. La prima, più bassa, si tuffava
in mare formando la parte a sud del golfo di Civita Custodia. La seconda,
cominciava dall'Occhio di Mare, un piccolo lago formatosi nella valle che
riposava tra le due cime a seicento metri circa dal livello del mare.
Dopo otto chilometri di dolce salita lungo il versante marino della prima
montagna, tre dei quali con le spalle al mare, ne occorreva quasi un altro per
fare un mezzo giro del lago ed arrivare alla cascata che lo alimentava.
Il monastero, centocinquanta metri più su, nell'unico punto dove poteva esser
costruito. Il più panoramico. Il meno accessibile. Il sentiero, una scalata a
dir il vero, era stato ostruito già da parecchi anni nell'ultimo tratto da una
frana. Ero salito fin lassù prima che succedesse.
Uno di quei luoghi che pulsano vita. Dove aria, terra ed acqua divengono fuoco
che riscalda l'anima. Dove ringrazi Dio di averti donato la vista.
L'eternità della natura, intorno, ed il monito alla caducità umana nelle rovine
del convento.
Volando sulle rovine però il contrasto era appena percettibile.
La natura aveva cominciato a riprendere possesso dello spazio usurpatole e la
pianta quadrangolare dell'edificio era ormai un giardino di rovi.
Le quattro torri ai vertici della struttura, sgretolate in ossequio al tempo.
Nessun muro ad opporsi ai venti né tetto alle piogge. Tutto era di nuovo nel
tutto…
Ed io, dall’alto, prendevo parte allo spettacolo regalandomi speranza di pace.
Ma…
Il medaglione iniziò a vibrare.
Risposi con una fulminea virata. Non sufficiente.
Una sfera caliginosa, l'occhio del ciclone demoniaco che credevo aver rispedito
all'inferno mi sfiorò un'ala.
Il necessario per destabilizzarmi.
Persi portanza ed iniziai a vedere la terra avvicinarsi.
Precipitavo. Lentamente ma precipitavo.
Trovai fortunosamente e con enorme sforzo dell'ala rimasta integra, l'acqua
gelida del lago.
La sfera, nella caduta ero riuscito a seguirla, si rintanò tra le rovine del
monastero.
Annaspavo. Troppo pesanti le ali ed insopportabile il dolore che immobilizzava
il braccio e la spalla sinistra. Anche loro venuti a contatto con la sfera.
A stento guadagnai la sponda opposta al convento ma il medaglione non mi dava
per salvo. Una nuova vibrazione.
L'incubo che avevo vissuto davanti alla camera intensiva dell'ospedale stava per
divenire realtà.
Percepii la stessa immagine. Due occhi di brace che accendevano d'odio una testa
caprina…Alle mie spalle.
Mi voltai lentamente.
Nulla.
Portai lo sguardo in alto. Al monastero.
Da lassù una saetta mi centrò al petto. Mi ritrovai ad una dozzina di metri
dall'acqua, spalle ad un albero. Le ali ammorbidirono l'urto e, escludendo la
contusione alle spalle, non avevo niente. Il medaglione fumava.
Mentre mentalmente collegavo il lampo al monile che mi aveva fatto da scudo, il
lago cominciò ad incresparsi minacciosamente verso di me. Colui che mi aveva
colpito si stava avvicinando. Troppo.
Nessuna scelta né possibilità di combatterlo.
Unica alternativa: la fuga. Prima di subire un altro colpo.
Dovevo arrivare al mare. Allo scoglio a croce. Alla spada!
Al primo lampo ne seguirono altri maledettamente caldi e vicini.
Debole, disarmato ma con l'energia della paura, ultima risorsa che mi aiutò nel
bosco ormai in fiamme, corsi.
Corsi. Con le gambe mie e con quelle dell'Angelo in direzione di quel che
rimaneva di verde. Fino al blu del mare. Molto in basso.
Lui già dietro di me…
Saltai.
Lui no.
Un vento caldo aiutò la planata scegliendo lontano, in mare aperto, il posto per
la seconda immersione della giornata.
Il braccio destro e la spalla miglioravano ma come tutto il resto del corpo
erano inermi, svuotati dalla vampata di adrenalina che aveva sostenuto la fuga.
Benedissi il principio di Archimede e respirai a fondo.
Il resto, miracolosamente, lo fece la corrente che tirava verso terra. Il mare,
una fredda ma confortevole culla, mi adagiò proprio sullo scoglio a croce.
La spada era lì dove l'avevo lasciata.
Attesi con lei . Calmo il mare, il vento e limpido il cielo. Anche io, sebbene
sfinito, ero stranamente tranquillo. Nulla presagiva un suo attacco.
Eppure ero vulnerabile. L'ala stava già guarendo ma ancora non ero in grado di
volare. In mezzo al mare, nessuna via di fuga né possibilità di difesa.
Era ferito anche lui? Il medaglione, riflettendogli il sole contro gli aveva
cagionato qualche danno?
Se questa era la spiegazione allora non dovevo perdere tempo: attaccare.
Recuperare le forze più velocemente di lui ed attaccarlo.
Ora sapevo dove trovarlo!
Decisi di aspettare il tramonto per tuffarmi e raggiungere la riva. Sarei
arrivato in paese all'imbrunire e l'oscurità avrebbe coperto il rientro a casa.
Dovevo medicare le ferite e recuperare le forze. Intanto, le ali, erano di nuovo
scomparse.
Il paese dormiva.
Un sonno profondo. Non un dolce abbandono al riposo ma un cosciente e ragionato
bisogno di affondare le paure nel buio nella notte. La notte rifugio. La notte
ristoro per l’anima. La notte sicura nelle sue stanze, per affrontare il nuovo
giorno e le sue incertezze.
Il paese, a modo suo, sapeva. Era consapevole di ciò che stava accadendo.
Il paese era vivo ma aveva paura.
La sentivo nell’aria quella paura. Nelle strade deserte. Sotto i calcinacci
delle case ferite. Nelle finestre chiuse.
“Giovanni…Giovanni!”
Una voce femminile. Impaurita. Comunque e finalmente una voce! Il paese era
vivo…
“Chi è?” bisbigliai.
“Quassù, guarda quassù in finestra. Sono Isabella.!”
Isabella. La migliore amica di Elena. Timida da sempre. Viso dai lineamenti
spigolosi che nasceva su mascelle vistosamente squadrate. Gli occhi, di un
azzurro intenso, si facevano notare…Se lei lo voleva.
Testa bassa e seno nascosti dentro spalle incurvate, passo silenzioso e lento,
la sua andatura invisibile. Isabella si mimetizzava nel paese. Non quando era
con Elena. Quei due strani modi di camminare, insieme, non passavano
inosservati. Isabella, nel e per il paese, esisteva quando era con Elena.
Dall’asilo alla scuola professionale alberghiera. Due caratteri opposti in
perfetta simbiosi. Fulcro comune di questa amicizia era la bontà. Verso loro
stesse, verso tutti.
“Aspetta, ora scendo…” Mormorò rintanandosi in casa.
“Strano. L’Isabella che conosco mi avrebbe salutato per cordialità e poi subito
in casa, magari un veloce cenno con la mano ma addirittura scendere… Sicuramente vorrà sapere
di Elena. Non avevo tempo né risposte da darle. Devo andar via. Subito.” Pensai
lentamente. Troppo però.
Lei era già davanti a me. Contraddicendo un’intera vita passata al rallentatore
lei era già lì a fissarmi.
“Vieni in casa devo parlarti.”
“Non posso Isa, scusami ma devo scappar via. Non voglio farmi vedere dai tuoi in
queste condizioni.” Accennai preparando la fuga.
“Non preoccuparti, sono già sopra che dormono. Dai vieni!”
“Non posso davvero, Isa.” Dissi bruscamente voltandole le spalle.
“Ho sognato Elena.”
Pietrificai all’istante.
Le uniche parole al mondo che mi avrebbero potuto trattenere.
Entrai.
Sul tavolo, al centro del salone, un piatto, un bicchiere e le posate per una
persona. Il camino acceso. Brace sotto una griglia. Un tepore profumato di carne
arrostita riscaldava l’ambiente.
“Aspettavi qualcuno per cena?”
“Si. Te!”.
Improvvisamente lo stomaco, non ricordando l’ultima volta che lo avevo degnato
di attenzione, mi sedette con in mano forchetta e coltello. Nessuna domanda
mentre divoravo. Isabella aspettò che finissi, in silenzio.
“Dimmi Isa.”
“Prima ti fai curare le ferite.”
“Quali ferite?”
“Quelle che ti hanno fatto mangiare la carne a morsi.”
Vero. Non avevo usato il coltello. La spalla ed il braccio erano tornati a
dolermi. E comunque le ferite erano visibili.
Scostò con delicatezza i lembi della maglia che erano sopravvissuti alla
comparsa delle ali ed ai colpi del diavolo.
Una piuma, rimasta impigliata, veleggiò fin sotto il tavolo.
Impossibile non notarla. Eppure nessuna domanda.
“Ahi! Fai piano per favore.”
“Scusami, non sono mai stata brava come infermiera.”
Nonostante ciò, dopo pochi minuti, aveva pulito le ferite e fasciato il braccio.
Ma ancora nessuna domanda. Finché capii che ero io a doverne fare.
“Allora Isa, sembra quasi che tu sapessi del mio arrivo.”
“Me lo ha detto Elena”
“Te lo ha detto Elena?”
“Si. E mi ha detto che saresti arrivato affamato e ferito.”
“E dove l’ hai vista?”
“In sogno te l’ ho già detto.”
“E come stava?”
“Era agitata, impaurita.”
“Impaurita da cosa?”
“Non lo so. Non lo so. Era in un posto buio, non si vedeva nulla intorno a lei.
Io volevo aiutarla, volevo chiederle…Io…”
“Va bene Isa non importa, non importa” le dissi con calma smorzandole il pianto
con una carezza. Attesi che si calmasse.
“Mi ha chiesto anche di non farti domande.”
“Tutto qui? Non ricordi più nulla Isa?”
“No, mi dispiace Giovanni”.
Un ‘no’ balbettato e troppo indeciso per essere vero. Non le rifeci la domanda e
mi avviai alla porta.
“Va bene Isa. Grazie di tutto. Devo andare.”
“Aspetta Giovanni…” Eccola! L’aspettavo…
“Mi ha detto anche che…Ma no. Non importa. E’ assurdo, scusami vai pure.”
“Senti Isa se c’è una cosa che ho imparato in questi giorni è che nell’assurdo
si possono trovare le risposte più impensate. Dimmi ti prego.”
“Ecco…Mi ha detto che tu mi avresti potuta aiutare.”
“Aiutare io? Ed in cosa Isa?"
Ingoiò a forza un lungo respiro. Alzò sommessamente la testa e con la stessa
lentezza con cui una lacrima le rigava il volto mi disse: “ Tu… O l’Angelo…” Ed
esplose nel pianto abbracciandomi.
Un pianto spasmodico. Chiuso come lei, nelle sue spalle incurvate, chissà da
quanto tempo.
La strinsi forte a me mentre la stanza che ci circondava cominciava a cambiare.
Urla di ragazzi. Festoni. Musica dance. Sul tavolo una torta. Non molte le
candele, poco più di una dozzina, e la scritta “ Buon compleanno Isa.”
“Isa i tuoi dove sono?”
“Scherzi. Ho compiuto quindici anni! Mi hanno lasciato casa libera per la festa.
Torneranno stasera.”
La musica ora è più bassa. Non c’è più nessuno. Le scale. La porta della
cameretta. Isa sta riponendo i regali ricevuti sulla sua scrivania.
“Sorpresa!” Due voci. Maschili. In coro.
Isa li conosce. Sono due amici suoi. Ma io non li vedo. “Il loro volto Isa,
fammi vedere il loro volto!”
“Che ci fate ancora qui. Sono andati tutti via.”
“Non lo immagini Isa? Dobbiamo darti ancora il nostro regalo!”
“Scappa Isa, fuggi! Grida! Vai via Isa! Vai via!” Niente. Non può sentirmi. Non
posso far nulla.
Isa ora non urla più. E’ immobile sul letto come immobili sono le lacrime che le
bagnano il viso.
La gonna e la camicetta, il regalo della mamma, strappate.
Isa non parlerà per una settimana.
Isa da allora si nasconderà nella sua vergogna ed il paese l’aiuterà a
nascondersi.
Isa andrà anche al matrimonio dei suoi due ‘amici’.
La luce azzurra finalmente. Il calore finalmente. Tutto intorno a noi due.
“Piangi Isa.” La stanza ora, è tornata quella di prima.
“Piangi Isa, continua a piangere!”.
Un pianto interminabile, che si sciolse pian piano nel conforto liberatorio
della luce celeste.
Fino al silenzio. Di pace.
“Isa...”
“Sì…Grazie Giovanni.”
“Non devi ringraziare me.”
“Te o chi per te. Grazie.”
“Isa…Vorrei poter fare qualcosa…Ma adesso…”
“Giovanni hai già fatto abbastanza…E' passato. E' tutto passato ora. Davvero.”
disse con un sorriso liberatorio.
“Ascolta, quando tutta questa storia sarà finita…”
“Giovanni ora non pensare a me. Elena! E’ lei che ha bisogno del tuo aiuto.
Vai!”
“Non prima di averti fatto una promessa. Giuro che chi ti ha reso la vita un
incubo pagherà!”
“Non c’è più bisogno Giovanni. La luce che ho visto mi ha aiutato a perdonarli
liberandomi dall’odio che per troppo tempo mi ha tormentata. Vai Giovanni ti
prego.”
Annuii mentre mi avviavo alla porta.
“Aspetta Giovanni, mi è venuta in mente un’altra cosa.”
“Cosa?”
“Elena, prima di suggerirmi di chiederti aiuto mi ha parlato di una cosa molto
importante che dovevi sapere. Voleva dirtela lei l’ultima volta che vi siete visti ma quella
sera non si sentiva tranquilla ed aveva deciso di rimandare. Poi ha proseguito
dicendo che l’avresti comunque saputo da lei o da qualcun altro. Io allora mi
sono offerta ma lei ha rifiutato.”
“Quindi non ti ha detto nulla?”
“No. Mi dispiace. Però ora che ci penso, ricordo che nel buio da dove mi parlava
si intravedevano delle strane rocce, come delle…”
“Delle rovine?”
“Si! Come fai a saperlo?”
“Niente, ho tirato ad indovinare.”
“Giovanni…”
“Dimmi.”
“Sono preoccupata. Cosa sta succedendo?”
“Ricordi cosa ti ha chiesto Elena?”
“Sì. Di non farti domande.”
“Giusto. Ora vai a dormire e segui il mio consiglio: ricomincia a vivere. Io ed Elena ti vogliamo bene e ti aiuteremo.”
“Anche io ve ne voglio e sono sicura che tutto andrà per il meglio.”
“Buonanotte Isa.”
Il freddo cominciava a farsi sentire.
Ero ripiombato nel sonno del paese. Non un rumore. Non un miagolio.
Persino il vento era immobile.
La stessa immobilità che aveva impedito ad Isa di respirare per anni. Che aveva
represso la bellezza della sua gioventù. E quanti altri Fofò erano celati da
quei vicoli?
Quante Isabelle soffrivano l’accidia del mondo?
Io stesso, non ero stato in grado di vedere. Di capire.
Fofò, Isabella, li conoscevo da tempo eppure non ero stato capace di intuire il
dolore che li tormentava.
Troppo occupato nel rispettare i tempi della vita, del lavoro, dei miei egoismi.
Quante occasioni perdute per tendere la mano al momento giusto.
Quanto tempo sprecato a piangere su me stesso lanciando sassi di rabbia intorno
fino ad ammucchiare un muro talmente alto da utilizzarlo come scudo. Come scusa
per non vedere oltre.
Era servito un Angelo per aprirmi gli occhi a ciò che da tempo era così
evidente?
Vergogna. Provai vergogna per me stesso e per il mondo intero.
Corsi via dal paese fino ad arrivare alla grande pietra della grotta.
Mi ci arrampicai e lì piansi.
Piansi il mio egoismo.
Piansi per il mio perdono.
In
principio
Era dunque questo il mondo per cui dovevo combattere?
Il pianto mi aveva liberato dal fiume di negatività in cui mi ero sentito
affogare ma ora ero lì, sulla roccia, solo. Come spesso mi era capitato di
essere nell’ultimo periodo.
L’odio verso il demonio che aveva rapito Elena, non era più sufficiente e
cercavo nel nulla una motivazione che mi spingesse a lottare.
L’ultimo contatto, quello con Isabella, aveva scalfito la roccaforte di fiducia
in me stesso e negli altri, che mi ero saputo costruire durante la vita.
La libertà! Siamo veramente degni di averla se poi si arrivano a compiere atti
così bestiali?
Una folata freddissima. Improvvisa, gelò ogni mio dubbio.
“C’è qualcuno?” urlai.
Come se la natura potesse rispondermi.
Una nuova ventata, questa volta più amichevole.
Non tutto dunque era immobile. Indifferente.
“C’è qualcuno?”
Il vento prese a cantare frusciando tra i rovi ed ondeggiando tra la distesa
d’erba che avevo davanti. A modo suo qualcuno stava rispondendo.
Realizzai in un istante che non ero capitato lì per caso e che l’istinto mi
aveva guidato proprio dove avevo incontrato l’Arcangelo Michele.
Mi rivennero in mente le sue parole.
“Ti è così difficile uomo, affrontare le tue paure? Lotterai sempre e comunque
al mio fianco e l’unica paura che al fine avrai sarà quella di te stesso e della
tua libertà.
Lì sarai solo! A combattere te stesso in divorante dissidio interiore, sospeso
tra incontaminati cieli e tenebrosi abissi…”
“Ricorda sempre: troverai la salvezza nell’amore che è in te, di cui Dio ti ha
fatto misericordiosamente dono .
Non rispondere mai all’odio, strumento del malvagio e fuoco alimentatore degli
inferi …”
Ed ancora.
“Si è oramai giunti ad un bivio dal veder trasformato il mondo in uno splendido
giardino od in un cumulo di macerie.
Il Signore non ha bisogno del tuo braccio ma della tua volontà, della tua
coscienza di essere libero e puro come ti ha creato. A te la scelta…”
Mi alzai a dominare la valle. Allargai le braccia a comandare la venuta delle
ali e fiero volai verso lo scoglio a croce.
Impugnai la spada sentendola famigliare. Era la prima volta che mi succedeva. Ne
riconoscevo al tatto ogni bordo, ogni cesellatura.
Lustrai dall’umidità la scritta sulla guardia a croce.
‘Tempora Novorum Angelorum’
‘L’era dei nuovi angeli’… Stava per cominciare o per aver fine.
Non persi altro tempo e diressi oltre il promontorio verso l’antico monastero.
Il cuore, confermando quanto predetto dall’Arcangelo, batteva come quello di un
gabbiano in balìa di un uragano.
Più la meta si avvicinava più l’aria, se così poteva definirsi, si faceva
caliginosa ed un ripugnante puzzo di zolfo mi soffocava.
Sentivo crescere in me l’angoscia di Elena e del mondo.
L’Occhio di Mare al mio passaggio si increspò violentemente tra mulinelli ed
onde pari a quelle di un oceano in tempesta.
Le oscure acque risalendo il cielo si nebulizzavano in cumuli di mosche ed ogni
altro genere di insetto.
Ricoperto da quegli immondi sciami, fino a non veder più nulla, più volte fui
appesantito al punto da rischiar d’essere inghiottito dall’infernale pozza.
Tutto era suo. Tutto lì rispondeva ai suoi ordini.
La natura.
Che sfidando ogni legge della fisica mi respingeva.
Il soprannaturale.
Che si manifestò innanzi ai miei occhi increduli non appena superato l’ostacolo
del lago: un muro antracite lunghissimo. Altissimo. Iniziai a costeggiarlo
evitando ogni rumore anche se, inconsciamente, sapevo che lui aveva già
avvertito la mia presenza.
Esplorai a lungo. Nessun accesso. Il muro girava su sé stesso coprendo l’intera
planimetria del monastero.
Presi quota per cercare dall’alto un possibile ingresso.
Sei altissime torri a punta, stile gotico, erano poste ai vertici dell’immensa
struttura, ora visibile, a pianta esagonale.
Una cattedrale imponente, tetra, senza finestre né rosoni.
Il tempio del male.
Impenetrabile.
“La cascata! - dissi tra me - Le guide, che portavano i turisti all’Occhio di
Mare, raccontavano di un antico passaggio nascosto sotto la cascata!” Leggenda o
no dovevo tentare!
Planai sul ciglio dal quale le acque si gettavano nel lago ed evitando che
quest’ultimo si risvegliasse, furtivamente mi calai lungo la parete rocciosa.
Non dovetti scendere molto perché potessi accorgermi di una rientranza
artificiale. Il rombo provocato dall’acqua, in quel punto, era diverso,
amplificato. Come se una cavità gli facesse da cassa di risonanza.
Un salto aiutato da un vigoroso battito di ali provò la mia supposizione.
Lasciai dietro di me la cascata per addentrarmi in una caverna.
Feci poca strada. Gli occhi si erano abituati all’oscurità ma quando il
passaggio cominciò a risalire il ventre della montagna, fui tradito da una
roccia che si frantumò sotto il mio peso.
Rovinai fin quasi all’antro della grotta.
La spada, che avevo avuto modo di legare intorno al busto, si perse tra i
ciottoli che mi ero trascinato appresso.
Ritentai. Questa volta a carponi, tastando il terreno per ritrovare l’arma. La
mano destra sanguinava. Non era
rimasta indenne dallo scivolone. Un taglio profondo sul palmo. Strappai un lembo
da quel che rimaneva della maglia e lo utilizzai per fasciare la ferita.
La spada era stata più fortunata di me. La ritrovai in prossimità del punto da
dove ero caduto.
La impugnai con la sinistra e proseguii imperterrito.
Il cunicolo stringeva ad imbuto e le dimensioni a malapena permettevano il
passaggio delle ali.
L’aria cominciava a mancare quando iniziai ad udire della musica mista a vocii.
Ero vicino. Non sapevo a cosa ma ero molto vicino.
Accelerai l’andatura. E finalmente una fioca luce. La musica diveniva più forte,
le voci, schiamazzi e risate.
Il cunicolo improvvisamente si allargò sotto una griglia di ferro.
Sbirciai oltre la botola. Nessuno nelle vicinanze.
Presi la spada con la destra ed iniziai a forzare l’ultimo ostacolo con la mano
sana.
Sembrava dovesse cedere da un momento all’altro ma nonostante l’aspetto
deteriorato teneva più del previsto.
Stavo per desistere quando la spada cominciò a vibrare.
La alzai verso la luce.
“Il sangue!” Intuii subito.
Il sangue che usciva dalla mano destra aveva reagito con l’arma. Non la mollai.
Un fremito mi scosse irrigidendo ogni muscolo. Sentii serrarmi il torace, i
fianchi, le braccia e le gambe. Un sordo rumore metallico per ogni parte del
corpo.
Indossavo un armatura. Dorata. Scintillante.
La mano che impugnava la spada non sanguinava più.
Non avevo tempo per meravigliarmi e niente ormai poteva farlo quindi, feci
pressione con entrambe le braccia sulla botola.
Non faticai. Alla prima spinta la griglia fu scaraventata in alto. Dieci uomini
non avrebbero potuto far meglio.
Ero dentro una delle torri ed una porta socchiusa mi separava dall’ignoto. La
oltrepassai furtivamente per accorgermi poi che non era necessario. Nessuno
infatti badava a me. Nessuno.
La stessa sensazione che si ha quando in mezzo ad una moltitudine di gente
avverti comunque un senso di solitudine. Tutti ti vedono ma nessuno sa che sei
lì.
La sala, un’immensa piazza delimitata dalle sei torri, rispecchiava la forma
esagonale che avevo potuto vedere dall’alto.
La volta, scevra di pitture ed ornamenti, era visibile solo inclinando
all’indietro la testa e compiendo un giro su se stessi. Innumerevoli i
candelabri monumentali sospesi a mezz’aria con funi di metallo.
Non fu difficile concentrare l’attenzione anche su quello che mi circondava a ‘terra’.
Musica assordante amplificata dal gigantesco salone e pazzi allucinati che si
dimenavano in balli isterici. Orge innaffiate da alcool qua e là sul pavimento.
Animali.
“Bel costume amico! Davvero un bel costume”- mi sentii apostrofare da un orso di
due metri che per rendere più credibile il ‘complimento’ lo fece seguire da una
pesante pacca sulla spalla.
“Niente male davvero! Humm…Chissà poi quello che c’è sotto…” attaccò la sua
‘dama’ in abito felino grattandomi sotto il mento.
La festa era in maschera.
“Ehi angioletto! - Una fata in abito turchese con tanto di bacchetta magica
dalla punta a stellina - Hai solo quella di spada?”.
Proseguii ignorando la bestialità che mi circondava tra spintoni, schizzi di
cocktail e aria viziata da fumi stupefacenti.
Giunto al centro della sala mi resi conto che ero praticamente immobilizzato. La
calca si era stretta a me. Qualcuno da dietro prese a giocare con le ali
spiumandole. Davanti, palpeggiamenti di ogni genere.
Sui lati gomitate e spallate.
Un tentativo di rubarmi la spada e reagii.
Io.
E l’armatura.
Allargai le braccia con forza e ruotando su me stesso mi feci largo. La luce
celeste seguì il movimento diffondendosi nel cerchio vuoto che ero riuscito a
crearmi. L’avevo desiderata ed era accorsa in mio aiuto. Controllavo anche lei
ora.
“Via! Andate tutti via!” urlai minacciosamente tagliando l’aria con la spada.
Ma l’avvertimento fu vano. La musica cessò. Le candele si spensero
istantaneamente, all’unisono.
Attorno a me gli occhi di coloro che prima mi opprimevano, riflettevano alla
luce celeste un rosso fiammante.
Tutt’altro che impauriti mi si avventarono contro.
Calci, pugni e graffi ma l’armatura, che avrebbe tenuto ad attacchi ben
maggiori, mi difese bene. Ed anzi contrattaccò.
La stessa forza che aveva scardinato la botola sbaragliò in un istante quella
massa feroce e con un potente balzo mi sollevò in aria.
Sospeso sopra di loro dalle ali, dovevo apparirgli come una sfera luminescente
che galleggiava nel buio.
Un applauso schernitore, partito in sordina, ruppe il silenzio. Altri gli si
accodarono. Poi tutti.
Le candele tornarono ad illuminare la sala.
“Bravo! Veramente bravo” tuonò una voce con lo stesso volume della musica che
prima echeggiava.
Silenzio.
“Vedo che la scuola di recitazione ha funzionato! Un’apparizione in stile
hollywoodiano!”.
Era lui. Questa volta in abito da sera, elegante. Lo riconobbi dalla voce e dal
magnetismo terrificante dei suoi occhi.
Gli bastò guardarmi con un’intensità gonfia d’odio per precipitarmi
sull’indemoniata accolita.
Ma prima di arrivare al suolo la luce celeste aumentò di intensità fino a
divenire accecante ed incandescente.
Toccai terra. Oscillazioni sussultorie. Ondulatorie. Violentissime. In
frequenza. Restavo in piedi.
Non vidi cosa succedeva intorno a me ma udii distintamente il crollo della
cattedrale che si sgretolava, le grida ed i lamenti di quei pazzi in fuga.
L’aura azzurra, impenetrabile, mi proteggeva da qualsiasi urto. Gli stavo
restituendo le ferite che aveva inflitto al paese con il terremoto.
Pochi minuti e la luce si affievolì.
Nessuno. Non c’era più nessuno. Le macerie erano quelle del vecchio monastero,
le torri, quattro, pure.
Sopra di me la notte, con il suo cielo meravigliosamente aperto e la sua quiete
naturale a convincermi che era stata tutta un’illusione. Dio sa se lo volevo.
Semplici apparenze.
Avevo imparato a diffidare delle semplici apparenze.
L’aria si manteneva caliginosa.
Ancora un nauseabondo puzzo di zolfo.
Avevo ragione…
Era davanti a me.
Il crollo della cattedrale non l’aveva neanche sfiorato.
Seduto comodamente su una roccia modellata a trono, ancora in abito da sera, si
atteggiava a re del mondo.
Elena, tra le sue braccia, seminuda, pareva dormisse.
"E bravo il Santo Cavaliere! Da falegname a paladino…Da semplice cittadino di un
miserabile, sconosciuto paesino a salvatore del mondo!
Perché tu, ammettilo, è questo quello che credi di essere! No?
E suppongo che la cosa ti inorgoglisca anche!"
"Lasciala andare!"
"Zitto! Come osi interrompere!". Di nuovo quello sguardo assassino. Sentii
immobilizzarmi all'istante da una forza sovrumana e più mi ribellavo più la
stretta mi chiudeva tra lacci invisibili. Lo ascoltai.
"Dimmi eroe, per cosa combatti? Per Fofò? Per Isabella? E per quanti altri
poi?". Prese a giocare con i capelli di Elena e continuò.
"E perché non per un vicino di casa che non conosci: magari anche lui ha avuto
qualche 'problemino'.
O per fermare qualche bomba di troppo che è scoppiata a migliaia di chilometri
dal tuo paradiso.
Il paradiso…Siete talmente presi dall'inferno che vi siete costruiti da non
accorgervi di esserne i creatori. E desiderate. Ambite egoisticamente, com'è
nella vostra indole, al paradiso…Al vostro piccolo paradiso da possedere, fatto
di castelli dorati sospesi in aria dalle vostre illusioni di purezza,
onnipotenza."
"Lasciala andare" Ribattei rubando fiato alla forza che mi stritolava. Ma lui
con calma:
"La vostra storia è una corsa folle alla proprietà, alla ricchezza. Affamarvi
l'un l'altro dalla notte dei secoli, il vostro unico scopo.
Da sempre siete quello che avete e non riuscite ad avere quello che siete. I
vostri ideali, il vostro modo di essere non si allontanano poi così tanto dal
mio.
Ma anche se così non fosse non ho mai dovuto faticare molto per convincervi.
Ed oggi è ancora più facile di quel che tu credi.
Vi sto comprando giorno dopo giorno, a piccole rate e senza interessi,
riducendovi ad insignificanti tracce lasciate dalle vostre stesse carte di
credito.
Correte frenetici dietro lotterie e giochi d’azzardo corrompendo l’anima al
lastrico. Sognando una vita da 'spendere' meglio e di più.
Vi illudete d’essere al centro dell’universo ed elevandovi orgogliosi sulla
vostra amata tecnologia non vi accorgete che state scalando una discesa negli
abissi.
Ore ed ore scandite da un doppio click sul monitor della vostra onniscienza
mentre accidiosi vestite il mio marchio sulla mano e sulla fronte.
Vivete costretti da squallide geometrie in alveari di cemento che succhiano
nettare e producono immondizia, riscoprendovi volti pallidi in cravatta e
valigetta che attendono depressi un autobus che non passerà mai."
“Lasciala andare…”
“Superbia. Accidia. Gola. Invidia. Ira. Lussuria. Avarizia. Cosa sono questi? I
sette peccati capitali! Non l’ho detto mica io, sai? Lui. L’Onnipotente. Il
grande costumista dello spettacolo di menzogne che quotidianamente recitate. Li
ha creati apposta per voi…E sembra che vi calzino tutti a pennello. Vi ci
vestite ogni giorno più o meno disinvoltamente.”
“Il mondo non è solo peccato” Ribattei senza molta convinzione.
“Ah no? Trovane uno. Uno solamente tra i sette, per il quale il tuo mondo non si
sia macchiato e ti libererò.
Uno solamente che non vada in onda oggi stesso nell’etere e tu e la tua
puttanella vivrete felici e contenti.”
“…”.
"Allora, eroe?"
Raccolsi le energie e, come se non avessi ascoltato una sola parola di quello
che aveva detto, ribadii:
“Lasciala andare, in nome di Dio!”.
Rividi accendersi gli occhi di brace che già mi avevano inseguito.
Lo smoking che portava si lacerò in una frazione di secondo.
Le sue dimensioni aumentarono a dismisura. Zampe non più gambe. Testa caprina.
Corna. Ali, il doppio delle mie, membranose, scure e munite di artigli ai lati.
Ruggiva ira…
Dalla parte mia, la luce. Che mi aveva liberato.
"Vuoi la tua puttana? Prenditela!" e con un movimento fulmineo, prima di sparire
nel nulla, mi scagliò addosso Elena.
Riuscii a prenderla al volo ma caddi a terra trascinandomi all'indietro per
parecchi metri. Avevo appena saggiato la sua forza.
"Elena! Elena, amore mio, sveglia!"
Mugugnava ma nessun cenno di ripresa.
Dovevo trovarle un posto sicuro prima che il demonio si rifacesse vivo.
"Il passaggio segreto!".
Volai a nasconderla dietro la cascata.
Ero al centro delle rovine quando un fascio di luce infuocata mi colpì alla
schiena.
Rotolai fino ad urtare le spalle contro la parete di una delle vecchie torri del
monastero. Senza armatura sarei morto sul colpo.
L'impatto, infatti, fu talmente violento che parte della torre franò. Evitai la
frana per un soffio, ma non la sua presa al collo.
Con la stessa velocità con cui era sparito così era lì a strangolarmi. Mostruosa
la sua espressione. Dalla folta peluria bruna che ricopriva il volto spiccavano
rossi ed enormi occhi felini, naso suino e lunghi canini che armavano un muso
sporgente.
Sentiva pulsare la mia paura tra i suoi artigli e sadicamente ne godeva
ringhiando.
"Conoscerai l'inferno ottuso idiota!"
La stretta era potente ma anche io avevo forza: non abbastanza per bloccare la
morsa ma a sufficienza per rallentarla.
Il giusto per cercare una soluzione.
La trovai.
Puntai i piedi al muro che era dietro di me. Inarcai il busto e spingendo con
tutto il peso del corpo mi sollevai in verticale sopra di lui per ritrovarmelo spalla a spalla.
Aveva mollato la presa. Ebbi il tempo di impugnare la spada prima di averlo di
nuovo davanti.
Tirai un fendente.
Nel vuoto.
Con un’agilità sconosciuta ad ogni essere vivente della terra balzò sopra la
torre.
“Giochiamo duro…” disse sarcasticamente.
Anche lui aveva una spada. La sguainò lentamente ed accompagnando la lingua con
un verso disgustoso ne lecco la lunga lama.
“Gusterò il tuo sangue da questa lama!”
Poi si tuffò giù. Parai non so come il suo colpo. Il primo incrocio delle due
spade generò uno sfolgorio accecante ed un boato assordante.
Ne seguirono altri, normali, su tutta la pianta del monastero. Mi difendevo
bene. Solamente. Indietreggiai schivando e bloccando i suoi affondi finché sul
ciglio della cascata cominciai ad affrontarlo in volo.
Le dimensioni più piccole mi aiutarono.
In aria ero più agile di lui ed al primo attacco in frecciata lo ferii ad una
spalla.
Urlò dolore. Un grido terrificante. Era vulnerabile.
Continuai ad attaccarlo. Uno, due, più colpi, duri ed assestati.
Li arrestava ma lo stavo indebolendo.
Almeno credevo.
Con un possente colpo d’ali sparì sotto di me mimetizzandosi nell’oscurità.
Dovevo trovarlo subito, prima che riprendesse forza.
Sorvolai dall’alto il monastero. Niente. Poi dal basso. Nulla.
Quindi l’atroce dubbio…Elena! Era da lei.
Gli occhi, fiammanti, bucavano la cascata riverberando dietro l’acqua. Lui era
dentro. Con Elena.
Io sospeso in volo davanti alla cascata.
Il rombo delle acque ed il battito silenzioso delle ali coprì il mio ingresso.
“Credi veramente che basti un colpo di spada per vincere una guerra che preparo
da secoli? Guardami! Guardami illuso! Guarda la mia spalla! Sanguina forse?”
Non avevo occhi per lui ma per Elena.
Ed Elena sanguinava! Alla spalla.
“Ci sei arrivato finalmente…Ma voglio chiarirti il concetto. Ferisci me e
ferisci lei. Uccidi me ed…Ed?”
“Uccido lei…”
“Bravo il Cavaliere di Dio! Ah! Ah! Ah! Ah!”
“Maledetto!”
“Grazie, ma qualcuno più importante di te lo ha già detto un po’ di tempo fa.” E
mi si avvinghiò addosso trascinandomi in terra.
Testa all’ingiù vedevo la cascata scorrere. Le sue mani avevano ricominciato a
strangolarmi.
Non avevo via di uscita e non potevo reagire quando…
“Comb..atti, combatti” La voce di Elena, debole, quasi impercettibile. Ma era
lei.
Alzai con forza le gambe e lo spinsi verso la cascata che lo inghiottì nel lago.
Presi Elena e tentai la fuga in volo.
Inutilmente. Prima di oltrepassare il monastero mi sentii afferrare alle spalle
e trascinare verso il basso. Non opposi resistenze per paura di lasciar cadere
Elena.
Di nuovo a terra. Dove lui era più forte. E lo dimostrò subito lanciandomi
violentemente contro una torre. Ed ancora contro un blocco roccioso. L’armatura
cominciava a cedere. Lo capì. Mi afferrò per il collo e
dopo avermi portato in aria mi precipitò rabbiosamente in terra. L’urto questa
volta fu letale. Non riuscivo più a muovermi.
Articolazioni, muscoli ed ossa paralizzati da dolori lancinanti.
Tesa la sua lama mi pungeva alla gola e fiero, lui, mi fissava dall’alto.
Impugnavo invano la mia spada mentre la sconfitta si avvicinava.
“Dimmi per cosa hai combattuto!”
“…”
“A cosa è valso il tuo sacrificio! Dimmi per chi sgorgherà il tuo sangue!”
“…”
“Insieme al tuo berrò quello della tua puttana. Tuo figlio invece mi servirà
come avresti dovuto fare anche tu dall’inizio!”
“Mio…Mio figlio?”
“Sì tuo figlio. Non lo sapevi guerriero? Ho grandi progetti per lui…Sarà l’erede
del nuovo mondo che fonderò sulla tua stupida ed inutile morte. Un fedele
servitore in vesti regali. Il tempo di organizzare altre due o tre guerre,
qualche bomba al momento e nel posto giusto e lui sarà nell’età per coglierne i
frutti. Frutti che io - terminò sogghignando - naturalmente gusterò…”
“Elena è incinta. Ecco cosa voleva dirmi di tanto importante… Dio mio. Dio
mio…No! No! No!” urlai al cielo ed in un’esplosione d’ira mi ritrovai in piedi a
fronteggiarlo di nuovo.
Nessun dolore avrebbe potuto arrestare la mia furia. Con un impetuoso assalto mi
liberai dalla minaccia della sua spada ed iniziai a tempestarlo di colpi.
Affondai una moltitudine di pugni nelle sue truci carni prima di trascinarlo in
volo con me per poi lanciarlo violentemente verso il basso.
Quindi mi buttai in picchiata su di lui per ricominciare. Ancora ed ancora di
più fino a sentire la sue ossa frantumarsi. E più lo ferivo più sentivo montare
in me un incommensurabile odio. Niente aveva più importanza. La vita mia, quella
di Elena… E quella di mio figlio…
Accecato dalla vendetta e senza via di uscita mi apprestavo ad ucciderlo.
Sollevai il corpo ormai inerme e con inaudita violenza lo scaraventai addosso ad
una torre.
Il bastione cedette all’urto seppellendo la bestia.
Rimasi ad attendere che l’ultimo granello di polvere si depositasse.
Era finita.
Voltai le spalle e mossi lentamente verso Elena.
Pochi passi fatti con la morte nel cuore a guidarli. Sapevo cosa avrei trovato…
Caddi in ginocchio, la strinsi al petto e piangendo le chiesi perdono.
Le braccia, senza vita, si lasciavano cadere e le gote, pallide e gelide furono
bagnate dalle mie lacrime.
“Perdonami amore mio. Perdonami…”
Era finita anche per me.
Coccolavo ancora il suo corpo inerme quando Elena, improvvisamente, spalancò gli
occhi e con uno sguardo ed una voce non suoi disse:
“Uccidi me ed ucciderai anche lei!”
Lui!
Ancora vivo!
Mi voltai.
Disteso sopra la frana dalla quale era riuscito a liberarsi si dimenava
rantolando. Avanzai cautamente.
“Avanti. Uccidimi…”
“…”
“La vostra debolezza! Uccidimi!”
“Non…Non posso farlo…”
Serrai la spada già puntata sul suo petto.
“Non posso farlo!”
“Non avrai pietà del Diavolo?” Disse ironicamente dopo avermi sputato sangue in
faccia.
“Non avrai pietà del Diavolo.
Non avrai pietà del Diavolo.
Non avrai pietà…” echeggiai in me ripetendo quella sua frase fino a soffermarmi
su un'unica parola:
“La pietà…Ma certo la pietà. Il manoscritto…Il manoscritto parlava della pietà!”
“Uccidimi!”
Non badai più a lui e, chiusi gli occhi, ascoltai la mia memoria:
...Pugne che il più impavido cor non avrebbe affrontato senza timor alcuno e che
l'Angelo coraggioso vinse al fine, con abile e possente spada, per ritornar il
perfido
principe del mal nelle viscere della terra, donde dopo mille anni sortì e
donde dopo ugual tempo sortirà.
Ma solo con l'amore e con estremo atto di pietà...
...
"Solo con l' amore e con estremo atto di pietà…Pietà!
”
“La pietà…”
“Uccidimi!”
“Avevi chiesto per cosa combattevo…” gli dissi gettando via la spada.
“Che stai blaterando idiota! Uccidimi. Provami che la scelta fatta dal tuo Dio
non è sbagliata. Uccidimi!
Avanti uccidimi!” disse indietreggiando sui gomiti.
Tolsi il medaglione dal collo.
“Per la pietà. Ecco per cosa ho combattuto!”
“Non è il momento di fare il filosofo ragazzo - si affrettò a ribadire
timorosamente e con tono adulatorio - è proprio sulla pietà che vi ha
schiavizzato per secoli. Ribellati! Ragiona ! Sei ad un passo dalla vittoria.
Sei vicino alla tua libertà. Uccidimi!”
“La pietà…Non baratterei uno solo dei tuoi poteri per la pietà” gli risposi
con compassione mentre gli mettevo il monile al collo.
“Cosa fai? No! Ascolta: uccidimi e ti prometto che lei e tuo figlio vivranno lo
stesso. Te lo prometto, va bene?”
“La pietà…Apre il pugno e tende la mano alla vita. Scalda il cuore
dell’oppressore e consola l’oppresso.”
“Toglimi questa catena schifosa!” Gridò contorcendosi mentre la pelle
squagliandosi al contatto col monile emanava vapori acri.
“ La pietà è misericordia. La pietà è gioia.”
“Toglimelo, toglimelo!”.
“La pietà figlia e madre dell’amore, libera dall’odio, dal rancore e trionfa su
tutte le guerre perché non ha vinti né vincitori. La pietà tutto perdona.”
“Toglim…el…oh…” ansimava.
“E questa battaglia atavica finalmente cesserà nella pietà. Si nella pietà!
Perché io ho pietà di te, delle sofferenze che hai causato, del male che hai
creato e che rappresenti. Ho misericordia di te, che superbo credi di conoscere
l’uomo, e della tua cecità che ti vieta di vederne la luce. Di te che non puoi
conoscere
l’amore.” Terminai guardando nei suoi occhi la resa. Ascoltando nel suo silenzio
l’arrivo di Dio.
L’alba spiegò placida
dipingendo il mare…
L’aria...
La montagna.
E tutto taceva.
E tutto profumava.
Odore di fiori.
Odore di pace.
Dio.
“Cerchiamo Dio. Dubitiamo della sua esistenza e non ci accorgiamo di quanto lui
ci sia vicino.” Pensai all’interno di quel quadro.
Sollevai tra le braccia il demonio lasciando che tutto potesse vederlo.
Attesi.
Una leggera brezza salì dal mare.
Vidi il corpo che tenevo polverizzarsi nell’aria. Poi…
“Sono fiero di te!”
“Papa?”
“Hai fatto la scelta giusta…”
“Papà…” Era lui. Una sfera luminosa tra me ed il sole.
Volai attraverso la sua luce. Intensissima. Rimasi immobile ed incantato.
“Ti voglio bene figlio mio…”
Non avevo parole. E non furono necessarie.
Si fece buio. Poi di nuovo una luce, fioca ed artificiale ad illuminare la
camera dell’ospedale dov’era ricoverato.
Si lamentava affannosamente ed abbondanti fasciature alla testa nascondevano i
segni lasciati dall’operazione subita. Era sul punto di morire. Ed io, come lui
in quel momento, iniziai a ripercorrere la sua vita.
Poco più che bambino, abbracciato alla mamma: mia nonna Luisa. Su un tavolo il
telegramma con la notizia della morte di suo padre…La guerra d’Africa.
Con un bicchiere di vino rosso a parlare con Zio Bruno davanti al camino
dell’osteria.
Il primo bacio a mia madre. Il loro matrimonio.
Lo vidi prendermi in braccio per la prima volta, insegnarmi a calciare un
pallone in giardino, aiutarmi a tirare su il mio primo pesce…
Entrare in casa e soffermarsi a guardare mia madre addobbare con me l’albero di
natale.
In falegnameria, mentre guidava le mie piccole mani ad intagliare il legno.
Il freddo e continuo beep della macchina alla quale era legato ci riportò nella
stanza dell’ospedale. Mia madre piangeva sul suo letto. Io con lei.
“Ti voglio bene figlio mio e voglio che tu sappia che ho vissuto felicemente.
Ora vai. Elena e tuo figlio ti aspettano. Sarò sempre con voi.”
“Anche io ti voglio bene papà.” Risposi mentre la luce tornò intensissima,
abbacinante. Il sole. Questa volta era il sole ed io lo fissavo mentre
camminavo... Le ali erano sparite. Ero vestito normalmente, nessuna ferita né
dolore e camminavo tranquillamente! Verso casa mia…
Riconobbi il viale in collina. Spino che abbaiava. Il cancello. La casa, la
falegnameria: non una crepa, non un mattone fuori posto. Intatte. Come le case
dei vicini!
E mia madre che sistemava la legna…
“Mamma!”
“Giovanni! Buongiorno. Ti sei alzato presto questa mattina?”
“Alzato presto? Mamma ma…Tu stai bene?”
“Si sto bene, perché?”
“Come perché? Eri…Eri a letto! E Zio Bruno? Dov’è Zio Bruno? Ed Elena? Elena sta
bene?”
“Giovanni, ti senti bene?”
No. Affatto. Non capivo più nulla. Tutto sembrava normale come se niente fosse
successo. Quello che vedevo mi piaceva ma le apparenze…
Volevo farmi convincere.
“Mamma ti prego rispondimi…Dimmi dov’è Elena” chiesi ostentando calma. Ma la
risposta: -
“Senti Giovanni, forse è meglio che entri in casa e ti riposi un po’ va bene?” -
Fu di quelle che non ammettono pazienza. Ed allora urlai:
“Mamma ti ho chiesto dov’è Elena. Dov’è Elena?”
“Hei! Non c’è bisogno di urlare…Sono qui! In falegnameria”
“Elena! Elena!” Gridai correndo da lei. Rimasi un istante a fissarla.
“Alla buon’ora! Dove sei stato? Dovevo darti una mano a pulire la falegnameria
d’accordo, ma non posso fare tutto da sola!” Lei! Era lei! La chiusi in un
abbraccio interminabile.
“Amore mio…”
“Giovanni…Ma cos’hai? Sembra quasi tu non mi veda da una vita!”
“Stai bene tesoro? ”.
“Se c’è qualcuno che qui sta male sei tu Giovanni. Vuoi che chiami il dottore?”
Disse mia madre sull’uscio.
“Ed il bambino? Il bambino sta bene?”
“Il…Il bambino?”
“Si…Il nostro bambino sta bene?”
“Come…Come fai a saperlo? Avrei voluto dirtelo stasera…Volevo farti una
sorpresa…Hai parlato con il dottore?”
“No.”
“Ed allora come lo sai?”
“Scusate, state dicendo forse che diventerò nonna?”
“Allora! Come fai a saperlo? Me lo spieghi?
“Io…Io non lo so…L’unica cosa che so e che ho sempre saputo è che ti amo. Ti
amo!”
“Allora sarò nonna?”
“Sì mamma. Sarai nonna di un bellissimo bambino!” Dissi cingendo nell’abbraccio
anche lei.
“Buongiorno Giovanni. Porto via i sacchi di segatura?”
“Come scusi?
“Giovanni mi dai del lei oggi?”
Era Fofò.
“Scusami Fofò! Non ti avevo riconosciuto. Sei in controluce sulla porta…”
Abbozzai incredulo nel vederlo così…Normale.
“Qualcosa allora è accaduto veramente?” mi chiesi.
“Se stasera siete liberi io ed Isa vorremmo andare a mangiare una pizza…Viene
anche Stefano con la sua nuova fiamma.”
Volsi perplesso lo sguardo ad Elena. Lei intuì il mio stato confusionale e non
domandandosi nient’altro rispose anche per me:
“Puoi dire ad Isabella che va benissimo. Ci vediamo stasera.”
“Va bene. A stasera. Ciao Giovanni.”
“Ciao Fofo!”
“Ah Giovanni…”
“Si Fofò, dimmi...”
“Rodolfo. Ricordi? Mi chiamo Rodolfo!” Disse orgogliosamente strizzandomi
l’occhio sopra un sorriso complice.
Fine
Venerdì 19 novembre 2001
Ore 00:16
Luisito.